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Il nocciolo reale della ‘libertà di scelta’

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27 agosto 2011

 Egregio direttore,

 
   avendo seguito con interesse il dibattito sulla ‘libertà dei servi’ e la ‘libertà dei padroni’ aperto in questa rubrica dal prof. Eros Barone e la polemica che ne è scaturita con Alberto Gelosia, vorrei, sia pure in ritardo, aggiungere qualche mia osservazione.   
   La posizione dei sostenitori del liberalismo si basa, come è noto, sul rifiuto della classica contrapposizione marxista-leninista tra ‘libertà formale’ e ‘libertà reale’ (o, per usare il linguaggio esopico del professore, tra la ‘libertà dei servi’ e la ‘libertà dei padroni’) e anche i liberali più progressisti ribadiscono che la libertà è intrinsecamente ‘formale’, ragione per cui la ‘libertà reale’ equivale all’assenza di libertà. Sennonché è opportuno ricordare la domanda cruciale che Lenin poneva: “Libertà  sì, ma per chi? Per fare che cosa?”.
   D’altronde, è doveroso rilevare che le tendenze burocratiche e autoritarie presenti nei paesi socialisti hanno determinato, come contraccolpo, una visione idealistica della democrazia parlamentare borghese, obliterando la vera essenza di tale sistema che, per la sua genesi storica e per il suo concreto sviluppo, costituisce non solo una forma di organizzazione del potere statuale che corrisponde agli interessi della borghesia, ma anche un sistema istituzionale in cui la partecipazione dei cittadini alla vita dello Stato non è affatto il momento decisivo. I grandi Stati, quali gli Usa, l’Inghilterra, la Francia, il Giappone e l’Italia, sono Stati in cui i processi decisionali si svolgono senza alcuna trasparenza ed il potere delle oligarchie industriali e finanziarie sfugge ad ogni controllo. In realtà, che ogni quattro o cinque anni i cittadini si rechino alle urne per scegliere i loro rappresentanti, già designati peraltro nelle liste di partito, costituisce soltanto un livello minimo di coinvolgimento e di partecipazione dei cittadini alla formazione della volontà politica. 
   Nondimeno, i corifei della concezione liberale pongono al centro della loro apologia di tale concezione la ‘libertà di scelta’, una sorta di ‘lucus a non lucendo’ delle attuali ‘società del rischio’ (per usare la definizione del sociologo Ulrich Beck), con cui l’ideologia dominante mira a ‘vendere’ quella stessa insicurezza che è provocata dallo smantellamento dello Stato sociale, spacciandola come opportunità di nuove libertà. In tal modo, la rinuncia ad un lavoro stabile a tempo indeterminato viene mistificata come liberazione dai vincoli di un lavoro fisso e come possibilità di realizzare la propria personalità; la previdenza integrativa come un’ulteriore possibilità di scelta e un’alternativa alle vecchie forme di stabilità previdenziale, e così via con la scuola e con la sanità private, anch’esse propagandate dall’ideologia liberale post-moderna come nuove opportunità di scelta (e non sto a ripetere le osservazioni del prof. Barone circa il reale significato che assume la ‘libertà di scelta’ incarnata da Marchionne o proposta agli operai della Fiat mediante il quesito binario di un referendum-farsa’).   
   Manifestazioni ideologiche come queste rendono oggi più che mai necessario riaffermare la contrapposizione leniniana fra ‘libertà formale’ e ‘libertà reale’. In buona sostanza, quando sottolinea che la democrazia ‘pura’ non esiste, che ci si dovrebbe sempre domandare a chi giovi la libertà specifica presa in considerazione e quale sia il suo ruolo nella lotta di classe, Lenin mira per l’appunto a salvaguardare la possibilità di un’autentica scelta individuale. Questo è il nocciolo reale che, in ultima analisi, sta al fondo della distinzione tra ‘libertà formale’ e ‘libertà reale’, laddove la contrapposizione fra le ‘due libertà’ e il carattere mistificatorio della ‘libertà formale’ assumono un risalto stridente allorquando si pongono domande come quelle che seguono: dove, come, da chi sono prese le decisioni riguardanti i problemi globali della società? si svolgono forse nello spazio pubblico, con la partecipazione impegnata della maggioranza dei cittadini? Orbene, è evidente che, in caso di risposta affermativa, è di secondaria importanza vivere in uno Stato a partito unico e, in caso di risposta negativa, è di secondaria importanza che si viva in un sistema di democrazia parlamentare che garantisce la libertà delle scelte individuali.
   Il vero motivo, dunque, per cui oggi si tende a evitare il confronto con la concezione di Lenin deriva non dal fatto che egli fosse un ‘nemico della libertà’, ma piuttosto dal fatto che egli ci mette di fronte ai limiti inesorabili delle nostre libertà: deriva, in altri termini, non dal fatto che egli neghi la possibilità di una scelta, ma piuttosto dal fatto che la nostra ‘società delle scelte’ preclude qualsiasi vera scelta.
 
 
 
 
Enea Bontempi

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