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Sull’asilo degli orrori di Pistoia

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4 dicembre 2009

Egregio direttore,

Conoscere è un po’ morire.
O amare è un po’ morire, recitava quell’altro.
Sta di fatto che la conoscenza, esattamente come l’amore, chiede gesti che siano radicali.

Il gesto dell’imparare, ad esempio.
Non pedissequamente “ricevere” ma assumere il gesto dell’altro come funtore di cambiamento.
Che significa, sempre, accettare un evento di morte. L’evento luttuoso che produce l’imparare è l’estinzione antropologica del disimpegno, del non-fare-fatica come topos grammaticale della nostra collaudata pratica sociale.

Sulla vicenda di Pistoia.
Sappiamo tutti che non si tratta di una vicenda isolata e che l’abuso all’infanzia è una pratica diffusa in ogni realtà educativa in cui vi siano seri deficit di professionalizzazione.

Non è vero che nei luoghi formali dell’educazione (non parliamo, qui, dei contesti familiari), il layout autoritario sia finito. Bisogna dirselo chiaramente.

Una volta preso atto delle derive in atto, oggi, proprio nel ventennale della Dichiarazione ONU dei Diritti dell’Infanzia, occorre avviare al più presto un ragionamento serio sulla qualità dei servizi educativi nel nostro Paese e sul perché la professionalizzazione di tali contesti non sia una preoccupazione della politica

Ad oggi, curiosamente, la politica considera proprio compito quello di nominare – cioè agire – alcuni diritti-bisogni ma non altri: viene ad esempio nominato il diritto al lavoro dei genitori, e di conseguenza si parla di creare servizi Nido nei territori per istituire processi temporali di vita sostenibile, ma non vengono nominati i bisogni di affettività e di relazione che i Nidi devono essere in grado di produrre, facilitare, condividere.

Questa è, evidentemente, una voragine della politica italiana, anche se, in merito alla vicenda di Pistoia, è più semplice, e meno faticoso, scatenare una bufera mediatica per stanare il mostro, anzi, le mostre, declinato al femminile. Questo femminile che, del resto, non si sa più bene cosa sia direbbero i detrattori dei movimenti del pensiero femminile, un pensiero oggi più coraggioso nel darsi una visibilità sobria e lucidissima insieme, tra faticosi colpi di reni.
Un femminile incollato per secoli alla faccia buona dell’educazione, professione “da donne”.
Forse, anche qui, occorrerebbe decidersi a dire qualcosa di nuovo.

Ad esempio che non si produrrà mai una nuova cultura dell’infanzia fino a quando, dei processi educativi nei luoghi formali dell’educazione, si avrà una rappresentazione di tipo emergenziale.

Investire poco o nulla sulla professionalizzazione dei servizi, che vuol dire, tra l’altro, porre attenzione costante alla formazione permanente del personale, per poi ricorrere allo psicologo di turno “nei casi gravi” non è cultura educativa, è esibizione oscena di disintelligenza politica.

L’educazione lavora sulle prestazioni lunghe non su quelle brevi e la forza della relazione tra chi insegna e chi impara sta nell’orizzonte di senso del chiedere a qualcuno di fare qualcosa adesso perché possa trarne vantaggio dopo, anche se oggi non lo comprende. L’educazione chiede tempo, profondità, relazione, governo del setting. L’educazione è dato antropologico, trasmissione e creazione di connessioni rituali e ritualizzate, l’educazione è impresa sociale.

Ora, viene da domandarsi su quali tipo di prestazioni possa investire, ad esempio, una Cooperativa Sociale che si mette sul mercato implementando un servizio Nido offrendo il buono pasto giornaliero a 0,35 centesimi a fronte di una media di 3-4 euro al giorno. Non sarà questo il caso di Pistoia, eppure questo accade, ed è precisamente questo accadere, solo parzialmente legato all’evento odierno, che dovrebbe riguardarci.
Tutti conosciamo la frenesia delle Amministrazioni pubbliche nell’ affidare appalti a terzi a buon mercato. Di ciò che poi si realizza educativamente o diseducativamente all’interno (e all’esterno) del servizio chi se ne frega.

Un ragionamento serio a mio avviso parte dalla volontà politica di nominare queste derive inaccettabili e prende avvio dal superamento dell’ottica emergenziale: occorre parlare di numeri e domandarsi se i servizi per l’infanzia di qualità (pubblici o privati) siano la maggioranza o l’eccezione.

Occorre ri-nominare la parola “risorse” e rinominarla facendo la fatica di imparare dalla vicenda di Pistoia. Perché se quello è un Nido privato, il territorio su cui il Nido lavora è di tutti. E non è vero che nessuno sapeva.

Una nota a parte meritano i luoghi educativi considerati “di eccellenza”. Tutti sappiamo che nella rappresentazione collettiva, la mitologia educativa ha delle roccaforti intoccabili. Una di queste riguarda le organizzazioni sovranazionali nelle quali si discute ad un livello alto (dove l’alto viene rappresentato anche nei termini di “pulito”), dell’efficacia delle politiche governative e più in generale comunitarie in tema di tutela dell’infanzia.
La mia esperienza è quella di una professionista dell’educazione che ha incontrato uno di questi luoghi “alti” e blindati, ha visto fatti del tutto simili a quelli di Pistoia (tranne le botte), e, a fronte del tentativo di avviare un ragionamento sul ri-governo dei processi educativi, è stata prima sottoposta a diverse forme di pressione psicologica e non, e infine, detta con un eufemismo, invitata ad andarsene.

Vorrei che la vicenda di Pistoia si di-mensioni, e presto, attorno alla sua giusta misura, quella della profondità.
Finita l’iperbole mediatica e la caccia al cattivo sta a tutti noi, professionisti dell’educazione, politici, associazioni, comunità di pensiero e tutte le forme nuove e meno nuove dell’aggregazione sociale, appropriarci dei diritti esercitando i doveri.

A meno di non voler continuare a credere che le cose accadono sempre per colpa di “un cattivo” e che la nostra disaffezione alla cosa pubblica, la virtualizzazione (quando va bene), dei nostri bisogni di prossimità, di partecipazione, di relazione e di affetto sia in grado di nutrire non solamente il nostro immaginario infantilizzato dal mutamento antropologico che ci ha resi consumatori prima e imbecilli poi, ma anche le nostre esistenze piene di molti buchi e di angoscianti vuoti.

Questa vicenda finirà in fretta perché concitato è il tempo della comunicazione. Quanto verrà approfondita, estesa, dilatata, quanto verrà sollevato il tappeto della casa degli orrori per vedere cosa sta sotto, nei corridoi e nelle stanze della cultura dei servizi educativi per l’infanzia è facile immaginarlo.

Certamente rappresentarsi come non-responsabili di quello che ci accade accanto, e che potrebbe accadere, se non è già successo, anche ai nostri figli, significa non cogliere l’occasione per ricollocarsi nel mondo con sguardo e azioni differenti.
Non imparare mai niente è un paradigma potente nel contesto culturale odierno. Costa poca fatica e non ci toglie niente. O così ci pare.

Katia Cazzolaro

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