«Nessun dialogo con Arafat finché ci sarà terrorismo»

Intervista al diplomatico israeliano Tibor Schlosser. Dalle tragedie del passato a quelle del presente

«Prima Arafat deve rompere definitivamente con il terrorismo, poi ci potremo sedere a un tavolo». Non si può parlare con un israeliano in questi giorni senza discutere dei tragici attentati e della delicatissima trattativa con la Palestina. Trattativa ora arenata, ma con quali speranze di pace per il futuro? Ne parliamo con Tibor Schlosser, consigliere di ambasciata di Israele, a Gallarate per la consegna del premio a Fernando Torreggiani.
«Le immagini di questi giorni sono orrende – comincia senza mezze parole il diplomatico – Ragazzi uccisi mentre bevono un caffè, mentre vanno a scuola o a ballare. Sono delitti deliberati e perpetrati proprio per fare il numero maggiore di vittime. Il paradosso di questa situazione è che dopo i colloqui di Oslo nessun israeliano può camminare libero per strada mentre prima la nostra sicurezza era garantita. Il processo di pace ci ha portato alla guerra. A Camp David, nel 2000, Barak mise sul tavolo il massimo delle concessioni possibili per l’accordo territoriale con lo stato palestinese, ma Arafat fece l’errore di rifiutare: era una frontiera di pace che è svanita e la responsabilità è solo di Arafat. Da quel momento è iniziata una campagna di odio contro Israele, nelle scuole, nei caffè, nelle moschee, che sembra finalizzata a chiedere di più nelle concessioni territoriali, giocando su una presunta debolezza di Israele». 
«Noi diciamo che con il terrorismo non si tratta – continua Schlosser – e sottolineo che si tratta di una guerra contro il terrorismo e non contro la Palestina; solo in questo modo noi possiamo difendere il nostro stato. Per questo chiediamo ad Arafat di romprere con gli uomini della sua parte che hanno rapporti con gli attentatori. Voglio ricordare solo una cosa, gli uomini coinvolti nelle ultime stragi non sono sanguinari isolati, ma sono uomini di Al-Fatah, fanno parte dello staff di Arafat. Se lui non rischia, prendendo le distanze, per noi non è un interlocutore valido». Come se ne esce? «Quando Arafat farà questo passo allora potremo sederci a un tavolo. Guardate che i vostri leader europei sanno benissimo che lui viene qui a fare bei proclami ma poi non agisce come dovrebbe: arrestano due o tre persone e poi le rilasciano il giorno dopo». E L’Italia cosa può fare? «L’Italia ha degli interessi specifici con i paesi arabi per via della sua politica energetica e questo lo capiamo, ma siamo felici di aver visto tutti i rappresentanti di governo e opposizione nella sinagoga di Roma ieri a pregare insieme a noi per le vittime. L’Italia è un paese che condivide i nostri stessi valori di democrazia»

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Pubblicato il 05 Dicembre 2001
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