Monsignor Albacete è sicuro: «La guerra si farà»

Varese – Affollatissimo incontro a Villa Ponti con il teologo portoricano

«Se George Bush avesse una Monica Lewinsky, io credo che questa guerra non ci sarebbe», parola di Lorenzo Albacete, teologo. La battuta non è stata l’unica deroga alla serietà del tema, intorno a cui si è svolto l’incontro atteso con l’alto prelato portoricano.
In una Sala Napoleonica stracolma di gente, il monsignore, già consulente del dipartimento della difesa americana, ed opinion maker dalle pagine del New York Times Magazines e del New Republic, ha spesso stemperato il carisma culturale e la dignità della veste nella battuta mondana. Il tema dell’incontro, organizzato dalla Compagnia delle Opere Prealpi in collaborazione con il centro culturale Massimiliano Kolbe era, del resto, complesso. “America, ruolo e identità”. Come difendere la posizione ufficiale della Chiesa e provare a guardare l’America America, al di là degli schematismi canonici: gendarmi, un po’ arbitrari, della democrazia mondiale piuttosto che mestatori di disordini planetari per rapaci calcoli economici.
Per affrontare la questione, Albacete parte da lontano. Tocca i Pilgrims, i padri pellegrini fondatori; parla di Jefferson e della dichiarazione d’Indipendenza, della Costituzione e di Pearl Harbour.
«Da sempre – prova a riassumere il teologo – l’America è basata sul compromesso. E’ un processo continuo per far fronte a tutte le contraddizioni di cui è portatrice. Ma c’è un elemento costante che fa elemento di coesione: la passione per la libertà». Libertà, concetto che al quale Albacete ritorna dopo ogni digressione, come una sorta di mantra. Pur specificando che non ne esiste un concetto unico ed inequivocabile; una tensione continua, piuttosto, o appunto un compromesso tra possibili opzioni. Questo, secondo il monsignore, il vero motore etico alla base dell’agire storico del popolo e della nazione statunitense.
Albacete ha voluto poi scendere nel dettaglio storico, delimitando gli scenari alla luce dell’11 settembre: «Prima di questa data, negli Stati Uniti, si sentiva palare molto di unità tra le etnie. L’attentato ha semplicemente reso ovvia questa cosa. E’ scontato ora che il popolo si senta unito. Ora è in gioco di nuovo la perdità della libertà».
«La mia parrocchia è poco distante da ground-zero; io stesso ho avuto alcuni morti tra i miei parrocchiani; i quali sono per lo più latino-americani, portoricani come me, italiani. Questo bisogna comprendere; vittima delle torri è stata soprattutto la gente povera, spesso senza documenti legali; non sono morti i capi della Enron o i solo i capitalisti rampanti. E’ la comunità intera, anche ai suoi livelli più umili, che ha reagito mettendo fuori le bandiere nazionali, che prima erano davvero rare. Come Pearl Harbour, ma più di Pearl Harbour, perché questo attentato ci ha colpiti direttamente dentro la nostra interiorità. La gente ha sentito tutto ciò come una minaccia religiosa, fatta in nome di una religione. E la sua reazione, tra cui l’appoggio ala guerra, non è contro la faccia di Bin Laden o di Saddam, ma contro una paura ben più profonda».
E Bush? Albacete disegna un profilo del presidente poco edificante: dedito all’alcool e forse alle droghe, in crisi coniugale; politicamente ignorante, eletto grazie ad un “tecnicismo illegale”.
«Ma, continua, Bush dichiara di aver fatto un incontro fondamentale nella sua vita, quello con Gesù Cristo. E’ questo incontro a salvarlo; attualmente i gruppi di studio sulla Bibbia, sono il cuore del partito repubblicano».
Bush – è questa la teoria a dir poco sorprendente – ha visto l’11 settembre un segno della Provvidenza. Che le presidenziali del 2000, formalmente vinte da Gore, abbiano permesso a lui di comandare nel momento della sfida assoluta contro il male, sono una manifestazione divina, della necessità di condurre la lotta. L’11 settembre ha trasformato un uomo fondamentalmente isolazionista, di scarso spessore, deciso solo a contrastare l’immoralità della presidenza Clinton, in un missionario: “La sua esperienza religiosa personale si è incrociata con la lotta tra il bene e il male nel mondo. In questo modo Bush si ricollega all’utopia dei padri pellegrini, convinti a loro volta di dover salvare la religione non solo da Roma, ma dalla corruzione degli stessi riformati d’Europa. «Nelle parole di Albacete, il presidente sembra stagliarsi rispetto a tutti: “Anche i suoi più stretti collaboratori forse sono convinti che dietro la guerra vi siano solo ragioni geopolitiche, ignorando la dimensione spirituale della scelta».
In ogni caso la guerra, il teologo ne è certo, si farà. Solo una Lewinsky, appunto, o un miracolo potrebbero scongiurarla. «Il popolo è con Bush, – spiega ancora Albacete – in questo momento sente Bush come garante nella costituzione, elemento di unità nazionale».
Resta naturalmente da chiarire e spiegare il disastroso gap di tutele e garanzie costituzionali impresso proprio dall’amministrazione presidenziale negli ultimi mesi. Ma forse anche questo fa parte di quelle contraddizioni di cui è fatto il paese. O un mistero della fede.

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Pubblicato il 15 Marzo 2003
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