Le ricette di Zegna per il tessile del futuro
L’imprenditore del gruppo omonimo, a margine di un incontro con gli imprenditori, ha raccontato le gioie e i dolori di un settore importantissimo per la nostra provincia
Gli industriali tessili varesini, al cospetto per la prima volta del nuovo presidente del neonato gruppo Smi-Ati, frutto dell’unione tra Sistema Moda Italia e Associazione Tessile Italiana, si sono presentati con proposte ben precise e un progetto già avviato, il Grow Up, per il sostegno del settore.
Paolo Zegna (a sin. nella foto, con Alberto Ribolla), che oltre a essere presidente della più grande associazione che unisce gli imprenditori del settore guida con il cugino Ermenegildo il gruppo Zegna, ha avuto oggi, 18 maggio 2006, modo di fare un primo vero faccia a faccia con la realtà del tessile varesino.
Una realtà che proprio nell’ambito di quel progetto Univa ha potuto sbarcare in Russia con una sede operativa e che “vanta non a caso un saldo attivo tra l’import e l’export di 400milioni di euro – ha ricordato Alberto Ribolla, presidente di Univa – E vero è che nel comparto c’è chi sta molto bene e chi sta molto male: ma chi sta bene di solito sono aziende che hanno innovato cercando di fare impresa in maniera diversa. Magari con quella che viene definita cooperazione competitiva”.
Insomma, come si dice da tempo, "fare squadra" è importante, specialmente nei serttori che subiscono profonde trasformazioni. E a partire dalle associazioni.
Dottor Zegna, cosa significa l’aver creato un nuovo gruppo che raduna tutte le componenti del tessile?
“Significa molte cose – risponde Zegna – Mettere assieme tante realtà, innanzitutto: tante teste, tante necessità diverse. E’ stato un traguardo importante, di cui siamo fieri. Consente di guardare il futuro in modo diverso, mettere da parte campanilismi e egoismi. Si è trattato di una scelta obbligata, ma stare assieme e collaborare – ligi al motto che uniti si può andare più lontani – è un segno di speranza. Quello del tessile è un settore tra i più rinomati e i conosciuti al mondo: insieme a cibo, turismo e arte, l’abbigliamento e il design sono ciò che la gente più al mondo ci invidia, e ha ambizione di comperare. Affrontare questo mercato insieme è un passo importante, che in passato non siamo riusciti a mettere in pratica: sta a noi, ora, di sfruttarla al meglio. Anche se non è facile…”
Come sta oggi il settore del tessile?
“E’ in miglioramento: anche se Il 2005 è andato meglio per il tessile che per la confezione, che è indebolita dai prodotti che arrivano dalla Cina. Il settore tessile ha perso qualcosa in termini di volumi ma è cresciuto in termini di valore: questo perché il settore si sta spingendo verso l’alto di gamma, portandosi fuori dalla zona “a rischio“ per le aziende. Ora si realizzano prodotti che possono essere venduti non solo in europa, ma anche a confezionisti cinesi o indiani o brasiliani, allargando il mercato. Tutto dipende però da cosa farà il sistema per sostenere questi prodotti. Il problema è che il nostro è un prodotto caro, cari vendiamo cose importanti: serviamo una fascia piccola ma importante di clienti appassionata al nostro prodotto. Per questo è importante che continuino a vedere nell’Italia un paese desiderabile, rendendoli perciò disposti a pagare più caro per qualcosa che è stato fatto qui. Questo è il nostro destino, e ci deve essere un sistema che lo sostiene e lo alimenta“.
Quali sono i suggerimenti per dare speranza alle piccole imprese tessili, quelle che costituiscono il tessuto di questo territorio?
Il primo risultato concreto di questa unificazione è stata l’unificazione di alcune fiere del settore, prima sparpagliate da Como a Biella, a Prato…“Si è trattato dell’effetto più bello e concreto di quello che ho detto finora, la prevalenza del buon senso. Se ne parlava da molto, di una maggiore efficienza di una fiera unic invece che diverse sparpagliate. E adesso, dopo tanto parlare, l’abbiamo realizzato, e possiamo giocare tutti insieme mostrando maggiore capacità di espressione. E’ un bellissimo esempio e un bellissimo esercizio di unità: con una fiera unitaria possiamo far vedere perché il tessuto italiano è più bello degli altri, coinvolgendo distretti industriali e scuole per metterle a disposizione della clientela. E facendola così diventare non solo una fiera che funziona bene, ma un modo per far vivere una realtà come il nostro tessile, un po‘ come fa il salone del mobile.
Creatività, originalità, unione: è questa la ricetta per il rilancio del tessile?
Io non dimenticherei anche la qualità. Comunque ribadisco che in questi casi la promozione nei potenziali mercati è importante. Gli Stati stranieri sono più abituati dei nostri a muoveri per la promozione del loro prodotto, ma per noi è mportante che si sia cominciato e si possa continuare. Perché noi vendiamo pantaloni come i cinesi e gli indiani, ma dobbiamo venderli come se fossero cose diverse per sopravvivere.
Come procede la questione dell’etichetta “made in Europe“?
Si sta cercando di fare massa comune a livello europeo, ma non abbiamo raggiunto i numero sufficiente di voti per arrivare a dei risultati in sede europea. Ma è difficile, in Europa molti paesi sono contro la trasparenza. Ma continueremo a batterci per l’approvazione di queste norme
La questione tessile però è complessa, non solo in Europa ma forse anche qui. Forse il vero made in Italy ha delle debolezze anche nelle stesse aziende italiane. O no?
Oggi come sempre le aziende devono stare sul mercato. E quelle che decidono di delocalizzare, non sono da demonizzare per questa sola scelta. Il problema vero è che questa scelta deve essere dichiarata espressamente, solo così si agisce in trsparenza. Dichiarare dove hai realizzato un capo di abbigliamento, o una parte di quella lavorazione, non toglie alcunché del libero arbitrio delle aziende ma dà un’informazione corretta al consumatore. Da lì si vedrà se vale di più per il consumatore un prodotto totalmente italiano con un costo più alto o uno parzialmente prodotto all’esterno e più conveniente.L’economia di mercato, del resto si basa proprio su questo: sulle decisioni del consumatore, che deve essere messo nelle condizioni di valutare ciò che compra. Più che segno di speranza a dire il vero vorrei dare uno stimolo: quello di diventare meno piccoli. Cioè fare quello che ha fatto la federazione smi-ati: superare gli individualismi e procedere in unità di d’intenti. Oggi il mercato è globale e va sfidato diversamente, non con le armi dei piccoli, deve inventare delle forme di associazione per evitare il nanismo. Oggi più che mai non si può aspettare di vedere arrivare il lavoro: bisogna andarlo a cercare, e investire di più del passato in innovazione e creatività
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