Davide Baroncini e i DSA: “Ho scritto il libro che avrei voluto avere da bambino”
Da bambino nessuno aveva saputo dare un nome alle sue difficoltà. Oggi Davide Baroncini, fisioterapista e osteopata, racconta cosa significa vivere con un DSA e invita genitori e insegnanti a guardare oltre gli errori: «Un bambino non va cambiato, va compreso»
Fisioterapista e osteopata, da oltre trent’anni Davide Baroncini lavora accanto ai bambini e alle loro famiglie. Ma il suo incontro con i DSA non nasce soltanto dalla professione: nasce dalla sua stessa storia.
Davide è una persona DSA. Ha conosciuto la fatica di sentirsi diverso senza comprenderne il motivo, il peso delle parole sbagliate e la sensazione di non essere abbastanza. Proprio da questa esperienza, unita a tanti anni di osservazione clinica, è nato il suo libro: “DSA – Il mondo percepito in modo diverso. I superpoteri e il funzionamento dei bambini DSA”. Un libro che non vuole cambiare i bambini, ma cambiare lo sguardo con cui gli adulti li osservano.
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Partiamo dall’inizio: che cosa significa DSA?
DSA significa Disturbi Specifici dell’Apprendimento e comprende dislessia, disortografia, disgrafia e discalculia. Ma dietro queste parole non ci sono semplicemente delle difficoltà nella lettura, nella scrittura o nel calcolo. C’è un modo differente di percepire, organizzare e collegare le informazioni.
Essere DSA non significa avere meno intelligenza. Significa possedere una mente che percorre strade diverse, spesso più tortuose, ma talvolta sorprendentemente creative, intuitive e profonde.
Il problema nasce quando chiediamo a tutti i bambini di imparare nello stesso modo, con gli stessi tempi e attraverso un’unica strada. È allora che la diversità rischia di trasformarsi in sofferenza.
Perché hai sentito il bisogno di scrivere questo libro?
Perché conosco quel mondo anche da dentro.
Sono DSA anch’io, ma quando ero bambino nessuno seppe riconoscerlo. Non esisteva una spiegazione capace di dare un senso alle mie difficoltà. C’erano soltanto gli errori, la fatica e la sensazione di essere sempre un passo indietro rispetto agli altri.
Quando un bambino non comprende il motivo per cui fatica, può iniziare a pensare di essere lui il problema. E questa convinzione, se nessuno la interrompe, può accompagnarlo molto più a lungo di qualsiasi difficoltà scolastica.
Ho scritto questo libro per dare ai bambini le parole che io non avevo. Per dire loro:
Non sei sbagliato. Non sei meno intelligente. Non sei ciò che non riesci ancora a fare. Dentro di te esiste un mondo meraviglioso che merita di essere conosciuto.
Nel libro dici che bisogna “entrare nel mondo” di un bambino DSA. Che cosa significa concretamente?
Significa avvicinarsi senza pretendere immediatamente di correggere.
Significa osservare come quel bambino pensa, che cosa lo affatica, che cosa lo accende, quali strade sceglie spontaneamente e quali risorse utilizza quando finalmente si sente libero dal giudizio.
Entrare nel suo mondo vuol dire smettere di domandarsi soltanto perché non riesca a fare ciò che fanno gli altri e iniziare a chiedersi:
Qual è la strada attraverso la quale questo bambino può riuscire?
Un bambino DSA non ha bisogno che qualcuno gli insegni a essere come gli altri. Ha bisogno di incontrare adulti capaci di riconoscere il suo modo di funzionare e di accompagnarlo verso ciò che può diventare.
Qual è la ferita più profonda che può vivere un bambino DSA?
Non è l’errore.
È lo sguardo che riceve dopo quell’errore.
È sentirsi dire o lasciarsi intendere di essere pigro, svogliato, distratto o poco capace. È impegnarsi moltissimo e vedere che, agli occhi degli altri, quello sforzo sembra non esistere.
Giorno dopo giorno, il bambino può smettere di credere in se stesso. Può convincersi che non valga la pena tentare, perché ogni tentativo sembra riportarlo davanti ai propri limiti.
Per questo le parole degli adulti hanno un peso enorme. Possono diventare muri, ma possono anche diventare finestre.
A volte basta che una persona dica davvero a un bambino:
Io ti vedo. So che stai facendo fatica. Ma so anche che dentro di te c’è molto più di ciò che oggi riesci a mostrare.
Ed è proprio da lì che può cominciare la rinascita.
Nel libro descrivi tre differenti gruppi di bambini DSA. Puoi spiegarli in modo semplice?
Nel mio modo di osservare i bambini, costruito attraverso tantissimi anni di esperienza clinica, ho individuato tre grandi gruppi.
Nel primo gruppo colloco i bambini nei quali prevale una componente genetica ed ereditaria. Sono bambini il cui modo di apprendere e percepire il mondo appartiene profondamente alla loro natura.
Nel secondo gruppo considero i bambini nei quali alcune difficoltà possono essere associate a una componente meccanica e biomeccanica cranica, in particolare a livello della sincondrosi sfeno-basilare. Queste condizioni possono interferire con l’organizzazione e l’espressione di alcune funzioni.
Nel terzo gruppo rientrano i bambini nei quali le due componenti possono essere presenti insieme: una base DSA di natura genetica e una componente meccanica sovrapposta.
Questa distinzione è importante perché ci ricorda una cosa fondamentale: non tutti i bambini DSA sono uguali. La stessa difficoltà visibile può nascere da storie e condizioni differenti. Per questo ogni bambino deve essere osservato nella sua unicità.
In quali di questi gruppi l’osteopatia può fare la differenza?
Soprattutto nel secondo e nel terzo gruppo.
Nel secondo gruppo il trattamento osteopatico può contribuire a eliminare la componente meccanica presente, permettendo al bambino di esprimere con maggiore libertà le proprie possibilità.
Nel terzo gruppo l’osteopatia non modifica la natura DSA del bambino, ma può intervenire sulla componente meccanica che si è sovrapposta, riducendo un ostacolo che rende ancora più faticoso il suo percorso.
È essenziale essere chiari: l’osteopatia non cura l’essere DSA, perché essere DSA non è una malattia.
Il suo compito, quando esistono le condizioni per intervenire, è liberare il bambino da ciò che può ostacolare ulteriormente il suo funzionamento. Non si cambia la sua identità: lo si aiuta a esprimersi con meno fatica.
Quale ruolo hanno la scuola e gli insegnanti?
Un ruolo immenso.
Un insegnante può essere la persona che conferma al bambino di non essere capace oppure quella che gli restituisce la fiducia che stava perdendo.
Nel libro chiamo romanticamente le insegnanti “le signore maestre”, perché penso a quelle figure capaci di lasciare una traccia che dura per tutta la vita. Non sono soltanto persone che trasmettono nozioni: possono diventare custodi della dignità di un bambino.
La vera inclusione non consiste nel fare uno sconto. Consiste nel permettere a ciascuno di raggiungere l’apprendimento attraverso gli strumenti e i tempi più adatti al proprio funzionamento.
Non significa regalare un risultato, ma creare le condizioni perché quel bambino possa conquistarlo.
Che cosa vorresti dire a un genitore che si sente spaventato dopo una diagnosi?
Vorrei dirgli di non guardare quella diagnosi come la chiusura di una porta.
Può essere, invece, l’inizio di una comprensione nuova.
Spesso, prima della diagnosi, una famiglia attraversa anni di dubbi, discussioni, compiti interminabili e lacrime. Si domanda perché il proprio figlio non riesca, perché rifiuti la scuola o perché abbia cominciato a dire: “Non sono capace”.
La diagnosi non cambia quel bambino e non cancella ciò che è. Gli dà una mappa. Permette agli adulti di smettere di attribuirgli colpe che non ha e di iniziare finalmente ad accompagnarlo nella direzione giusta.
A quel genitore direi:
Non abbiate paura del nome che avete ricevuto. Abbiate il coraggio di conoscere vostro figlio oltre quel nome. Continuate a cercare i suoi occhi, perché proprio lì troverete la strada.
Perché nel libro dici “io sono DSA” e non semplicemente “ho un DSA”?
Perché non posso separare il mio modo di apprendere dal mio modo di sentire, osservare e interpretare il mondo.
Essere DSA ha significato incontrare delle difficoltà, ma ha contribuito anche a costruire la mia sensibilità, la mia intuizione e la capacità di vedere ciò che spesso rimane nascosto.
Non considero il DSA come qualcosa che porto addosso. È parte del mio modo di essere.
Questo non significa negare la fatica. Significa non permettere che la fatica racconti tutta la storia.
Ogni persona DSA è molto più delle proprie difficoltà scolastiche. Dentro quel modo differente di funzionare possono vivere creatività, pensiero laterale, capacità di creare collegamenti inattesi, sensibilità e intuizioni straordinarie.
Qual è il messaggio più importante che desideri lasciare attraverso il tuo libro?
Che i bambini non vanno cambiati.
Vanno compresi, ascoltati e aiutati a scoprire il proprio valore.
Il bambino che oggi abbassa gli occhi davanti a un quaderno potrebbe essere l’adulto che domani saprà vedere ciò che nessun altro ha visto. Ma per arrivarci ha bisogno che qualcuno creda in lui prima che riesca a farlo da solo.
Questo libro nasce per essere quella voce.
Una voce che entra nelle case, nelle scuole e nei momenti più difficili per ricordare a ogni bambino DSA:
Tu non sei il tuo errore.
Non sei un voto scritto in rosso.
Non sei il tempo che impieghi per leggere una pagina.
Sei una possibilità ancora tutta da scoprire.
Il tunnel esiste. A volte è fatto di incomprensione, solitudine, giudizi e paura di non farcela. Ma oltre quel tunnel c’è una luce.
Quella luce nasce quando un bambino smette di sentirsi sbagliato e comincia finalmente a riconoscersi.
Nasce quando un genitore comprende che suo figlio non deve diventare qualcun altro.
Nasce quando una maestra riesce a vedere una possibilità dove gli altri hanno visto soltanto un limite.
Ed è questa la speranza che vorrei consegnare a ogni lettore: dietro la fatica di un bambino DSA non esiste un mondo più povero.
Esiste un mondo percepito in modo diverso.
Un mondo che, quando viene accolto e compreso, può rivelare una bellezza immensa.
CONTATTI
Centro Medico Baroncini
Via Carlo Cattaneo, 3, 21018 Sesto Calende VA
T: 0331 958570
@: segreteria@centrobaroncini.it
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