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Dire no vuol dire votare per una maggiore autonomia

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20 Giugno 2006

Caro Direttore,
domenica voteremo per il Referendum Costituzionale ed uno dei motivi per votare NO é che quella della destra é una controriforma autoritaria e centralista, infatti sarà chi voterà SI che si opporrà ad una prospettiva, anche federalista, solidale e ad una ricostruzione democratica fondata su autonomie e partecipazione. Il referendum tocca il cuore della espressione della democrazia, delle autonomie dei soggetti sociali e delle diverse istituzioni nelle relazioni con il popolo. A votare NO dovrebbe essere proprio chi ritiene fondamentale il federalismo e la ricostruzione democratica dal basso. Chi vota NO non lo fa per avere più centralismo ma, al contrario, per ampliare l’autonomia che in parte si sta già praticando nelle esperienze di partecipazione e di democrazia locale, ricordando che la Costituzione vigente valorizza le autonomie, prima di tutto dei Comuni. Il NO non é un voto “in negativo”, difensivo, di reazione: il voto contro la devolution non é per riaprire spazio ad un maggiore statalismo, il rifiuto del “capo populista” non é per riprodurre la delega al ceto politico e al parlamentarismo alla “Cencelli”.
Una pratica interessante arriva dalla Rete del Nuovo Municipio: un percorso di uscita dalla crisi attuale della democrazia a partire da forme di democrazia partecipativa (espressione di autonomia e responsabilità sociale) come rigenerazione della autonomia delle istituzioni di base sino a ridefinire forme e funzioni delle istituzioni in generale, dai comuni allo stato. Un percorso dal basso che costituisce la base di una nuova democrazia solidale e che coinvolge Comuni, Provincie e Regioni che collaborano insieme a soggetti dei movimenti ed associazioni. Questo spazio civile del municipalismo sperimenta su questioni centrali: la rifondazione democratica partecipativa e l’estensione della cittadinanza, le pratiche e i progetti di difesa e valorizzazione dei beni pubblici e dei patrimoni e delle culture dei territori, per nuove economie e solidarietà locali ed in reti interlocali. Questi soggetti sociali ed istituzionali di base si fanno carico quindi del tema del federalismo perchè “sono il federalismo”: reale, strutturale, municipale e solidale. I progetti e le pratiche sociali ed economiche dei movimenti sociali e della cittadinanza attiva, i percorsi di democrazia diretta e partecipativa, fondano “autonomia”, liberazione di spazio pubblico, non-dominio e responsabilità. Un primo punto fermo è posto da queste pratiche: il federalismo delle autonomie non si decide per legge ma è fondato (e poi normato in legge) sul riconoscimento delle pratiche sociali ed amministrative, sull’autonomia reale che si sperimenta sul campo. Il federalismo si costruisce “dal basso” nei territori e non si devolve per legge dall’alto e contro le autonomie di base. Invece proprio in questa direzione opposta (dall’alto, autoritaria, contro le autonomie di base) si è espressa la politica che in questi anni ha condotto alla modificazione della Costituzione da parte del centro/destra anticipandone i contenuti nel governo e nel processo di trasformazione regressiva della cultura civile. Ed infatti i soggetti ed i percorsi della democrazia di base e della autonomia municipale sono divenuti il nemico principale, il bersaglio fondamentale delle politiche autoritarie e centraliste del berlusconismo e quindi della stessa “devolution” che di queste politiche è il coerente prodotto. Attraverso una riduzione dell’autonomia del ruolo del cittadino e mediante una riduzione del ruolo delle autonomie istituzionali di base. I fautori della controriforma costituzionale e del SI hanno prodotto un testo che introduce la “democrazia autoritaria di stato”, assumendo come progetto il neo-centralismo regionale.
Vediamo le basi politiche e culturali che precedono e si esprimono in coerenza con la modifica delle regole costituzionali.
-La degenerazione della “democrazia degli eletti” è in contrapposizione con ogni pratica di democrazia partecipativa: nel mondo del berlusconismo la relazione dell‘eletto con il cittadino è solo delega elettorale plebiscitaria, mediatica, e rifiuta ogni controllo e interferenza sociale “nei lavori in corso”, cosa che la legge elettorale ha scientemente enfatizzato.
-L’ideologia della “devolution” è essenzialmente regionalista, prevede essenzialmente una ripartizione di potere legislativo solo tra Stato e Regioni, mentre si praticano contemporaneamente, ai due livelli, politiche sistemtiche di distruzione delle autonomie locali di base, dei municipi e delle loro reti (forme storiche delle autonomie) attraverso la sottrazione di risorse e di sovranità di gestione locale dei servizi e del welfare che invece ora sono sempre più accentrate proprio nei governi regionali (il neo-centralismo regionale, antifederalista). Lo stato “devolve il federalismo di stato” dall’alto e nella devoluzione si riproduce lo stato, il suo ceto dirigente, la sua burocrazia e il potere forte dei “governatori” nei piccoli stati regionali. Questo processo è geneticamente “secessionista”, non cooperativo e non solidale tra aree forti e deboli. I “federalisti” regionalisti della Lega rimangono secessionisti, fautori di stati regionali o d’area (la Padania) separati e competitivi e raggiungono la mediazione attraverso l’alleanza politica della devoluzione con il massimo di potere centrale autoritario del berlusconismo: il paradosso di un centralismo di stato che sostiene un neo-centralismo regionale chiamato per ironia storica “federalismo”.
-L’una e l’altra dimensione del “potere” estendono il dominio del mercato e dello sviluppo neoliberista come modello omologante, che nega autonomia a culture e vie di sviluppo alternative e locali, persegue la svendita dei beni pubblici e del territorio, la distruzione dei sistemi di servizi locali su cui si regge il welfare. Si capisce il grave progetto sotteso alla riforma costituzionale del centro destra: è un progetto (assai simile al programma della P2) di costruzione di uno stato autoritario, e di un potere populista del “capo”, e di un regionalismo coerente con questo progetto, contro le autonomie sottoposte, a partire dalla negazione della autonomia sociale.
E’ questo progetto che spiega la natura delle modificazioni costituzionali proposte: a) devolution regionale, che riduce il preteso federalismo solo alla devoluzione da parte dello stato di alcune competenze legislative “esclusive” (che esclusive non sono affatto) alle Regioni, mentre non si prevede alcun norma che contrasti la riduzione in atto della autonomia amministrativa e della sovranità municipale e il nuovo accentramento regionale dei poteri sottratti ai comuni, e si lasciano al potere legislativo centrale tutte le decisioni di indirizzo politico generale, anche sulle stesse materie che si dicono “devolute” in modo esclusivo alle Regioni; b) nessuna rappresentanza effettiva delle Regioni nel cosiddetto “Senato delle Regioni” che è in realtà il Senato nazionale eletto per collegi elettorali regionali e dove è prevista la presenza di pochissimi rappresentanti dei governi regionali e di altri enti locali, ma senza possibilità di voto; c) non attivazione del federalismo fiscale, senza il quale lo stesso regionalismo non può operare e tanto meno l’autonomia comunale di base, infatti si richiama solo in un articoletto finale l’autonomia fiscale già prevista dall’attuale testo costituzionale e solo per rimandarne l’attuazione di anni e porre limiti invalicabili di imposizione fiscale; d) nessuna solidarietà reale tra le Regioni.
In sostanza la cosiddetta devolution è sovrastata da un incombente potere autoritario e centralista, concentrato nelle mani del “primo ministro” eletto direttamente, che propone le leggi, non è sfiduciabile in pratica e può sciogliere il Parlamento: sui suoi veri poteri da “caudillo” di memoria sudamericana hanno steso il pannicello della devolution ed hanno esteso alla composizione del Consiglio Superiore della Magistratura e della Corte Costituzionale, che vedono aumentati i componenti di nomina politica, la concentrazione antidemocratica di poteri politici attorno al “capo”, riducendo il ruolo del Presidente della Repubblica a “funzioni notarili”.
La controriforma costituzionale è contradditoria ed inefficiente (potremmo estendere alla riforma l’espressione usata da Calderoli per definire la nuova legge elettorale, ma questo imbroglio ideologico non è per questo meno pericoloso, rappresentando comunque un lucido progetto reazionario che va respinto con determinazione. Se vogliamo fare avanzare i valori che la Costituzione vigente incorpora, se vogliamo sviluppare nuova democrazia partecipativa ed autonomia istituzionale degli Enti Locali, allora la conttroriforma va fermata: il NO non é segno di conservazione, ma é scelta di progresso democratico contro l’involuzione autoritaria votata dalla destra.
Il NO é la scelta di chi investe nell’autonomia dei soggetti sociali, nella possibilità di espressione, di iniziativa, di progetto che diviene fondazione di spazio pubblico, quando si rapporta alle istituzioni di base e interagisce con la rappresentanza sviluppando elementi di “democrazia diretta” partecipativa, consensuale e/o generata dai conflitti, e di nuova cittadinanza, di responsabilità sui beni pubblici e territorio, quando assume contenuti solidali, relazionali, di “altra” economia. Se dobbiamo parlare di federalismo, cominciamo a lavorare ad un “federalismo per partecipare”, che sviluppa democrazia come fondamento di ogni autonomia, e rifiutiamo il presunto “federalismo per decidere” espresso da alcuni teorici della destra e che è anche in parte alla base della devolution. Si tratta di un approccio al federalismo che è fondato sulla partecipazione e sulla interazione e muove dallo spazio municipale, dall’istituzione di base e da cui nasce la generazione di rapporti della stessa natura (interattiva, partecipativa, espressioni di responsabilità e iniziative, di cittadinanza attiva) in più ampi contesti e più alti livelli.
Nella rete del Nuovo Municipio si é iniziato a riflettere su un progetto di municipalismo federato e solidale, che sostanzia la partecipazione, un progetto e una politica che nasce nei comuni e nelle reti locali sul welfare, sulla cittadinanza, sui servizi e innanzitutto sul territorio e sui beni pubblici. Di fronte alla crisi finanziaria ed al sequestro nel bilancio nazionale delle risorse locali, il welfare municipale ha retto le politiche sociali contando sulle proprie forze e nelle azioni sociali nello spazio municipale si sono espresse le controtendenze alla liquidazione della gestione pubblica dei servizi e per la valorizzazione e l’uso sociale di beni pubblici ad iniziare dall’acqua e dai rifiuti. Di fronte alla crisi economica ed alla precarizzazione del lavoro si manifestano iniziative territoriali di altro sviluppo per la valorizzazione delle produzioni locali, per l’inclusione in nuovi processi produttivi, per una nuova agricoltura, per il trattamento autosostenibile dei cicli della stessa produzione industriale. Di fronte all’imbarbarimento delle leggi sull’immigrazione, sono gli enti locali ed i movimenti sociali ad assumere il carico dell’accoglienza e dell’offerta di cittadinanza, in particolare nella espressione del diritto di voto sperimentato e statuito localmente e attaccato dalle politiche del centro-destra e nel tentativo, espresso anche in una rete di regioni ‘democratiche’, di mettere in discussione i lager dei Centri di permanenza temporanea. Di fronte alla politica di guerra del governo delle destre, nello spazio tra movimento e municipalità si sono praticate iniziative per la pace e la cooperazione internazionale, i mille incroci intermunicipali con i paesi del Sud, e per una economia non bellica, cioè non fondata sulla espropriazione e lo sfruttamento delle risorse mondiali ma sullo scambio equo delle diverse risorse territoriali.
Concludo ricordando che il Presidente della Camera si é augurato che la vittoria del NO apra una pausa di riflessione sui temi che il referendum sta facendo emergere. «Non capisco perché –ha detto Bertinotti- all’indomani della consultazione, si debba riprendere questa discussione nel solco della tradizione revisionistica degli ultimi 20 anni, cioé dell’intervento forzato sulla Costituzione», mentre bisognerebbe «capire quali sono le reali esigenze del paese per poi procedere, ove risultasse concretamente necessario, alle modifiche alla Carta». Esattamente questa é la questione: uscire dalla fretta di inventarsi un “federalismo” presunto e purchessia, in nome della modernità ed in accordo con la destra, per ripartire dalle domande di partecipazione democratica dal basso, dentro e fuori le istituzioni. Ci sono occasioni in cui per andare avanti occorre rifiutarsi di imboccare le scorciatoie, dire NO, dirlo in tante e tanti, significa anche questo.

Caro Direttore,
domenica voteremo per il Referendum Costituzionale ed uno dei motivi per votare NO é che quella della destra é una controriforma autoritaria e centralista, infatti sarà chi voterà SI che si opporrà ad una prospettiva, anche federalista, solidale e ad una ricostruzione democratica fondata su autonomie e partecipazione. Il referendum tocca il cuore della espressione della democrazia, delle autonomie dei soggetti sociali e delle diverse istituzioni nelle relazioni con il popolo. A votare NO dovrebbe essere proprio chi ritiene fondamentale il federalismo e la ricostruzione democratica dal basso. Chi vota NO non lo fa per avere più centralismo ma, al contrario, per ampliare l’autonomia che in parte si sta già praticando nelle esperienze di partecipazione e di democrazia locale, ricordando che la Costituzione vigente valorizza le autonomie, prima di tutto dei Comuni. Il NO non é un voto “in negativo”, difensivo, di reazione: il voto contro la devolution non é per riaprire spazio ad un maggiore statalismo, il rifiuto del “capo populista” non é per riprodurre la delega al ceto politico e al parlamentarismo alla “Cencelli”.
Una pratica interessante arriva dalla Rete del Nuovo Municipio: un percorso di uscita dalla crisi attuale della democrazia a partire da forme di democrazia partecipativa (espressione di autonomia e responsabilità sociale) come rigenerazione della autonomia delle istituzioni di base sino a ridefinire forme e funzioni delle istituzioni in generale, dai comuni allo stato. Un percorso dal basso che costituisce la base di una nuova democrazia solidale e che coinvolge Comuni, Provincie e Regioni che collaborano insieme a soggetti dei movimenti ed associazioni. Questo spazio civile del municipalismo sperimenta su questioni centrali: la rifondazione democratica partecipativa e l’estensione della cittadinanza, le pratiche e i progetti di difesa e valorizzazione dei beni pubblici e dei patrimoni e delle culture dei territori, per nuove economie e solidarietà locali ed in reti interlocali. Questi soggetti sociali ed istituzionali di base si fanno carico quindi del tema del federalismo perchè “sono il federalismo”: reale, strutturale, municipale e solidale. I progetti e le pratiche sociali ed economiche dei movimenti sociali e della cittadinanza attiva, i percorsi di democrazia diretta e partecipativa, fondano “autonomia”, liberazione di spazio pubblico, non-dominio e responsabilità. Un primo punto fermo è posto da queste pratiche: il federalismo delle autonomie non si decide per legge ma è fondato (e poi normato in legge) sul riconoscimento delle pratiche sociali ed amministrative, sull’autonomia reale che si sperimenta sul campo. Il federalismo si costruisce “dal basso” nei territori e non si devolve per legge dall’alto e contro le autonomie di base. Invece proprio in questa direzione opposta (dall’alto, autoritaria, contro le autonomie di base) si è espressa la politica che in questi anni ha condotto alla modificazione della Costituzione da parte del centro/destra anticipandone i contenuti nel governo e nel processo di trasformazione regressiva della cultura civile. Ed infatti i soggetti ed i percorsi della democrazia di base e della autonomia municipale sono divenuti il nemico principale, il bersaglio fondamentale delle politiche autoritarie e centraliste del berlusconismo e quindi della stessa “devolution” che di queste politiche è il coerente prodotto. Attraverso una riduzione dell’autonomia del ruolo del cittadino e mediante una riduzione del ruolo delle autonomie istituzionali di base. I fautori della controriforma costituzionale e del SI hanno prodotto un testo che introduce la “democrazia autoritaria di stato”, assumendo come progetto il neo-centralismo regionale.
Vediamo le basi politiche e culturali che precedono e si esprimono in coerenza con la modifica delle regole costituzionali.
-La degenerazione della “democrazia degli eletti” è in contrapposizione con ogni pratica di democrazia partecipativa: nel mondo del berlusconismo la relazione dell‘eletto con il cittadino è solo delega elettorale plebiscitaria, mediatica, e rifiuta ogni controllo e interferenza sociale “nei lavori in corso”, cosa che la legge elettorale ha scientemente enfatizzato.
-L’ideologia della “devolution” è essenzialmente regionalista, prevede essenzialmente una ripartizione di potere legislativo solo tra Stato e Regioni, mentre si praticano contemporaneamente, ai due livelli, politiche sistemtiche di distruzione delle autonomie locali di base, dei municipi e delle loro reti (forme storiche delle autonomie) attraverso la sottrazione di risorse e di sovranità di gestione locale dei servizi e del welfare che invece ora sono sempre più accentrate proprio nei governi regionali (il neo-centralismo regionale, antifederalista). Lo stato “devolve il federalismo di stato” dall’alto e nella devoluzione si riproduce lo stato, il suo ceto dirigente, la sua burocrazia e il potere forte dei “governatori” nei piccoli stati regionali. Questo processo è geneticamente “secessionista”, non cooperativo e non solidale tra aree forti e deboli. I “federalisti” regionalisti della Lega rimangono secessionisti, fautori di stati regionali o d’area (la Padania) separati e competitivi e raggiungono la mediazione attraverso l’alleanza politica della devoluzione con il massimo di potere centrale autoritario del berlusconismo: il paradosso di un centralismo di stato che sostiene un neo-centralismo regionale chiamato per ironia storica “federalismo”.
-L’una e l’altra dimensione del “potere” estendono il dominio del mercato e dello sviluppo neoliberista come modello omologante, che nega autonomia a culture e vie di sviluppo alternative e locali, persegue la svendita dei beni pubblici e del territorio, la distruzione dei sistemi di servizi locali su cui si regge il welfare. Si capisce il grave progetto sotteso alla riforma costituzionale del centro destra: è un progetto (assai simile al programma della P2) di costruzione di uno stato autoritario, e di un potere populista del “capo”, e di un regionalismo coerente con questo progetto, contro le autonomie sottoposte, a partire dalla negazione della autonomia sociale.
E’ questo progetto che spiega la natura delle modificazioni costituzionali proposte: a) devolution regionale, che riduce il preteso federalismo solo alla devoluzione da parte dello stato di alcune competenze legislative “esclusive” (che esclusive non sono affatto) alle Regioni, mentre non si prevede alcun norma che contrasti la riduzione in atto della autonomia amministrativa e della sovranità municipale e il nuovo accentramento regionale dei poteri sottratti ai comuni, e si lasciano al potere legislativo centrale tutte le decisioni di indirizzo politico generale, anche sulle stesse materie che si dicono “devolute” in modo esclusivo alle Regioni; b) nessuna rappresentanza effettiva delle Regioni nel cosiddetto “Senato delle Regioni” che è in realtà il Senato nazionale eletto per collegi elettorali regionali e dove è prevista la presenza di pochissimi rappresentanti dei governi regionali e di altri enti locali, ma senza possibilità di voto; c) non attivazione del federalismo fiscale, senza il quale lo stesso regionalismo non può operare e tanto meno l’autonomia comunale di base, infatti si richiama solo in un articoletto finale l’autonomia fiscale già prevista dall’attuale testo costituzionale e solo per rimandarne l’attuazione di anni e porre limiti invalicabili di imposizione fiscale; d) nessuna solidarietà reale tra le Regioni.
In sostanza la cosiddetta devolution è sovrastata da un incombente potere autoritario e centralista, concentrato nelle mani del “primo ministro” eletto direttamente, che propone le leggi, non è sfiduciabile in pratica e può sciogliere il Parlamento: sui suoi veri poteri da “caudillo” di memoria sudamericana hanno steso il pannicello della devolution ed hanno esteso alla composizione del Consiglio Superiore della Magistratura e della Corte Costituzionale, che vedono aumentati i componenti di nomina politica, la concentrazione antidemocratica di poteri politici attorno al “capo”, riducendo il ruolo del Presidente della Repubblica a “funzioni notarili”.
La controriforma costituzionale è contradditoria ed inefficiente (potremmo estendere alla riforma l’espressione usata da Calderoli per definire la nuova legge elettorale, ma questo imbroglio ideologico non è per questo meno pericoloso, rappresentando comunque un lucido progetto reazionario che va respinto con determinazione. Se vogliamo fare avanzare i valori che la Costituzione vigente incorpora, se vogliamo sviluppare nuova democrazia partecipativa ed autonomia istituzionale degli Enti Locali, allora la conttroriforma va fermata: il NO non é segno di conservazione, ma é scelta di progresso democratico contro l’involuzione autoritaria votata dalla destra.
Il NO é la scelta di chi investe nell’autonomia dei soggetti sociali, nella possibilità di espressione, di iniziativa, di progetto che diviene fondazione di spazio pubblico, quando si rapporta alle istituzioni di base e interagisce con la rappresentanza sviluppando elementi di “democrazia diretta” partecipativa, consensuale e/o generata dai conflitti, e di nuova cittadinanza, di responsabilità sui beni pubblici e territorio, quando assume contenuti solidali, relazionali, di “altra” economia. Se dobbiamo parlare di federalismo, cominciamo a lavorare ad un “federalismo per partecipare”, che sviluppa democrazia come fondamento di ogni autonomia, e rifiutiamo il presunto “federalismo per decidere” espresso da alcuni teorici della destra e che è anche in parte alla base della devolution. Si tratta di un approccio al federalismo che è fondato sulla partecipazione e sulla interazione e muove dallo spazio municipale, dall’istituzione di base e da cui nasce la generazione di rapporti della stessa natura (interattiva, partecipativa, espressioni di responsabilità e iniziative, di cittadinanza attiva) in più ampi contesti e più alti livelli.
Nella rete del Nuovo Municipio si é iniziato a riflettere su un progetto di municipalismo federato e solidale, che sostanzia la partecipazione, un progetto e una politica che nasce nei comuni e nelle reti locali sul welfare, sulla cittadinanza, sui servizi e innanzitutto sul territorio e sui beni pubblici. Di fronte alla crisi finanziaria ed al sequestro nel bilancio nazionale delle risorse locali, il welfare municipale ha retto le politiche sociali contando sulle proprie forze e nelle azioni sociali nello spazio municipale si sono espresse le controtendenze alla liquidazione della gestione pubblica dei servizi e per la valorizzazione e l’uso sociale di beni pubblici ad iniziare dall’acqua e dai rifiuti. Di fronte alla crisi economica ed alla precarizzazione del lavoro si manifestano iniziative territoriali di altro sviluppo per la valorizzazione delle produzioni locali, per l’inclusione in nuovi processi produttivi, per una nuova agricoltura, per il trattamento autosostenibile dei cicli della stessa produzione industriale. Di fronte all’imbarbarimento delle leggi sull’immigrazione, sono gli enti locali ed i movimenti sociali ad assumere il carico dell’accoglienza e dell’offerta di cittadinanza, in particolare nella espressione del diritto di voto sperimentato e statuito localmente e attaccato dalle politiche del centro-destra e nel tentativo, espresso anche in una rete di regioni ‘democratiche’, di mettere in discussione i lager dei Centri di permanenza temporanea. Di fronte alla politica di guerra del governo delle destre, nello spazio tra movimento e municipalità si sono praticate iniziative per la pace e la cooperazione internazionale, i mille incroci intermunicipali con i paesi del Sud, e per una economia non bellica, cioè non fondata sulla espropriazione e lo sfruttamento delle risorse mondiali ma sullo scambio equo delle diverse risorse territoriali.
Concludo ricordando che il Presidente della Camera si é augurato che la vittoria del NO apra una pausa di riflessione sui temi che il referendum sta facendo emergere. «Non capisco perché –ha detto Bertinotti- all’indomani della consultazione, si debba riprendere questa discussione nel solco della tradizione revisionistica degli ultimi 20 anni, cioé dell’intervento forzato sulla Costituzione», mentre bisognerebbe «capire quali sono le reali esigenze del paese per poi procedere, ove risultasse concretamente necessario, alle modifiche alla Carta». Esattamente questa é la questione: uscire dalla fretta di inventarsi un “federalismo” presunto e purchessia, in nome della modernità ed in accordo con la destra, per ripartire dalle domande di partecipazione democratica dal basso, dentro e fuori le istituzioni. Ci sono occasioni in cui per andare avanti occorre rifiutarsi di imboccare le scorciatoie, dire NO, dirlo in tante e tanti, significa anche questo.

Angelo Zappoli, Consigliere Comunale Rifondazione Comunista-Sinistra Europea Varese

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