“Aspettiamo stipendi e TFR”: esplode la protesta degli ex dipendenti del Sacro Cuore di Bogno
L'istituto è in liquidazione dall'estate scorsa ma ex insegnanti e lavoratori lamentano ancora numerose mancanze. Nel mirino l'imprenditrice Barbara Bini e le sue parole non seguite dai fatti
Prende forma e visibilità la protesta delle insegnanti della scuola “Casa Sacro Cuore” di Bogno di Besozzo, l’istituto privato chiuso la scorsa estate e successivamente messo in liquidazione. All’esterno della struttura sono stati appesi – nella serata di venerdì 27 marzo – due striscioni di rivendicazione da parte del personale che lamenta una serie di problematiche gravi e non ancora risolte.
Nel mirino delle insegnanti c’è soprattutto Barbara Bini, l’imprenditrice che ha gestito dal 2022 la Fondazione con cui è stata amministrata la scuola. Sugli striscioni, e in un comunicato diffuso dagli ex docenti e lavoratori del Sacro Cuore, sono riportate proprio le parole (“I dipendenti saranno onorati”; “il personale ottimo, lodevole e prezioso”) rilasciate da Bini in una intervista a VareseNews lo scorso 7 agosto.
Parole che suonano come beffarde alle orecchie di chi ha ancora molto da ricevere da chi era alla guida della scuola. Insegnanti e personale denunciano infatti una situazione ancora molto complicata, fatta di stipendi non ancora saldati, di buste paga e di certificazioni (modello Unico) contenenti errori, di TFR non ancora del tutto versato. «Siamo stati costretti a rivolgerci ad avvocati e sindacati e quindi a sostenere ulteriori spese, proprio noi che siamo già privi di stipendio» spiegano i diretti interessati.
«Non eravamo solo persone senza lavoro. Eravamo persone senza lavoro, senza stipendio, senza TFR, con documenti fiscali sbagliati e con il conto corrente che scendeva per pagare professionisti che facessero da intermediari con chi avrebbe dovuto, per obbligo morale e legale, risponderci direttamente».

Le insegnanti e il personale spiegano quindi il motivo di una protesta “visibile” a tutti come quella degli striscioni: «Quando le parole pubbliche non corrispondono ai fatti privati, rimane una sola strada: quella della visibilità. Abbiamo appeso striscioni non per rabbia cieca o per demonizzare chi ha amministrato una situazione difficile, ma perché il silenzio istituzionale — quello di chi aveva fatto promesse e poi si è sottratto al dovere — non può restare senza risposta».
E le risposte che potrebbero arrivare sono di tre tipi, come si legge nel documento: il saldo integrale degli stipendi arretrati, il versamento completo del TFR e la Certificazione Unica rettificata e conforme alla legge. «Chiediamo, soprattutto, che chi ha promesso pubblicamente di “onorare i dipendenti” dia seguito a quelle parole con atti concreti. Non perché lo esiga soltanto il contratto — anche se lo esige — ma perché lo esige il rispetto dovuto a persone che hanno dedicato tempo, energia e passione a un’istituzione in cui credevano».
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