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Il paradosso del Ministro e del servitore: quando le parole tradiscono il loro significato originale

Ministro - dualità
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4 Aprile 2026

Gentile Direttore, in questi giorni animati anche da un forte sentimento religioso, riflettevo su come anche le parole, talvolta, per colpa degli uomini, “tradiscano” le loro virtuose origini.

Trattasi di un caso di enantiosemia! Termine che indica la condizione di polisemia di un vocabolo, che nel tempo, ha finito per assumere un significato opposto a quello etimologico. Si non c’è dubbio, la parola “ministro” ha subìto un’evoluzione peggiorativa e oppositiva rispetto al suo significato di partenza. Dal latino minister -stri “servitore “, a sua volta derivato di minor aggettivo, di minus avverbio, ossia “minore, meno”, designava chi era al servizio di una persona, di un’autorità, di un’amministrazione, o più semplicemente aiutante, servo. Pensiamo al suo valore cristiano, quando Gesù disse chiaramente, nella sua infinita grandezza, proprio nell’esercizio del suo ministero, di essere venuto tra di uomini per servire e non per essere servito, ricordando ai propri discepoli di farsi ministri, cioè “schiavi” di tutti. Quindi un richiamo a comportamenti virtuosi e convenienti, di chi non si sottrae all’indifferibile responsabilità di un servizio comunitario.

Oggi, talvolta, come stride, anche come palese anacronismo, “l’etimo” con la “deviazione semantica” dolorosamente “patita”! Ministri e per estensione politici che dovrebbero fungere da servitori della collettività, nella gestione della sacra “res publica”, non sempre all’altezza. D’altra parte chi si fa “servo della comunità” agisce lealmente ed in modo integerrimo, non dimenticando mai lo scopo “altruistico” e gli elevati obbiettivi che il ricoprire un incarico pubblico gli impongono di perseguire.

Claudio Riccadonna

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