Stemmi comunali nel Varesotto: quanta sciatteria!
16 Ottobre 2026
Illustre Direttore,
vorrei richiamare l’attenzione su una forma di sciatteria istituzionale tanto diffusa quanto poco discussa e forse snobbata: il modo in cui numerosi Comuni della nostra provincia trattano i propri stemmi civici. Spoiler: li trattano male, se non malissimo.
Può sembrare una questione marginale, un vezzo per appassionati di araldica. E invece no. Lo stemma è la più antica e illustre rappresentazione dell’identità di un Comune, il segno visibile della sua storia e della sua autonomia. Non è un logo pubblicitario, né un ornamento da modificare secondo il gusto del momento: è un concentrato di storia e identità, che non a caso dovrebbe essere formalmente riconosciuto da un decreto dello Stato (o addirittura a forme di concessione ancora più risalenti) e conformarsi a caratteristiche e significati precisi.
Dovrebbe, appunto.
Eppure basta osservare alcuni esempi del Varesotto per rendersi conto di quanto poca attenzione gli venga talvolta riservata.
Gavirate, insignita nel 2024 del titolo di città, ha adeguato la corona del proprio stemma al nuovo rango, ma non ha colto l’occasione per correggere un’incongruenza ben più sostanziale: il regio decreto di concessione del 1936 prescrive uno scudo partito, ossia diviso verticalmente, mentre quello effettivamente utilizzato è troncato, diviso orizzontalmente. Una difformità che si trascina da decenni.
A Germignaga, il decreto presidenziale di concessione del 1961 descrive un’oca d’argento, mentre l’articolo 7 dello statuto comunale parla espressamente di un cigno bianco (colore non ammesso negli stemmi, che considerano il bianco come argento). Due animali diversi per rappresentare il medesimo Comune, a seconda del documento che si consulta.
A Brunello è anarchia: lo statuto descrive uno stemma costituito da un guscio di noce (??) sormontato da una corona merlata (di che tipo? Vallo a sapere), sul quale campeggia una capinera. Nella rappresentazione impiegata, il volatile arriva persino a fuoriuscire dal contorno della figura. Il tutto secondo una concezione molto libera (troppo) delle regole dell’araldica civica. Nondimeno, non risulta alcun decreto di concessione “a monte”, ma solo una delibera di consiglio comunale, del tutto inadeguata.
Il caso di Cadrezzate con Osmate è forse ancora più significativo. Nato nel 2019, il nuovo ente non risulta essersi dotato di uno stemma proprio, continuando a presentare congiuntamente gli emblemi delle due municipalità soppresse – alla faccia della fusione! Eppure l’articolo 4, comma 2, dello statuto comunale, approvato con deliberazione consiliare n. 28 del 30 ottobre 2020, prevedeva espressamente che stemma e gonfalone fossero adottati dal Consiglio e sottoposti all’approvazione ministeriale entro sei mesi. Sono trascorsi quasi sei anni.
Altri esempi non mancano. A Marchirolo, addirittura, la descrizione contenuta nello statuto mescola stemma e gonfalone in una formulazione che accosta scudo, leone, aquila, elmo, corazza e motto, con ben poca chiarezza araldica.
Questa lettera non viene dal nulla, nemmeno per VareseNews: già nel 2012 proprio voi raccontavate (https://www.varesenews.it/
A tutto questo si aggiunge un malcostume ancora più generalizzato: la pessima qualità delle immagini degli stemmi diffuse dagli stessi enti che dovrebbero custodirli. Riproduzioni minuscole, sgranate, sproporzionate, colorizzate in maniera peciona, prese dal tessuto, talvolta così malridotte da rendere irriconoscibili i particolari dell’emblema.
Non manca neppure chi, anziché disporre di una rappresentazione ufficiale in alta definizione, ricorre alle immagini reperibili su Wikipedia e Wikimedia Commons. Il loro riutilizzo è naturalmente possibile nel rispetto delle licenze (anche se pure qui, è risibile che vi siano enti incapaci di produrre una versione dignitosa proprietaria…), ma è quantomeno paradossale che siano talvolta degli appassionati a prendersi cura, più delle amministrazioni interessate, della dignità grafica dei simboli comunali.
Non si pretende che ogni municipio disponga di un addetto araldico. Basterebbero una verifica degli atti di concessione, la correzione delle incongruenze, la disponibilità di file vettoriali di buona qualità e un minimo di attenzione nel loro impiego.
Può sembrare una battaglia inutile, specialmente di fronte a problemi ben più urgenti. Ma il benaltrismo non fa per me. Credo invece che la cura delle istituzioni passi anche dalla cura dei loro simboli. Uno stemma comunale non è una decorazione: custodisce una vicenda collettiva, attraversa le generazioni e rappresenta la continuità di una comunità al di là delle amministrazioni che temporaneamente la governano.
Dovrebbe essere motivo di orgoglio, non una formalità da sbrigare distrattamente o, peggio, un’immagine qualsiasi da recuperare su Internet.
Non si tratta di antiquaria o nostalgia, ma di rispetto per la storia, per le regole e soprattutto per le autonomie locali. Quelle autonomie che tanto spesso vengono invocate nei discorsi pubblici, ma che meriterebbero un po’ più di attenzione anche nella loro rappresentazione più immediata e solenne.
Un Comune che non ha cura nemmeno del proprio stemma trascura la propria stessa identità.



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