Lettera aperta al Sindaco di Varese
Egregio Signor Sindaco di Varese
Come Ella certo saprà il 12 febbraio 2003 ricorre il 58° anniversario della morte nel campo di sterminio di Dachau di Calogero Marrone, capo dell’Ufficio Anagrafe del Comune di Varese sino al 7 gennaio del 1944, giorno del suo arresto, nella sua abitazione di via Mario Chiesa, oggi via Sempione, ad opera di ufficiali tedeschi del Comando della guardia di frontiera.
Arrestato, come certamente Le è noto, per aver salvato diversi ebrei ed antifascisti italiani, mettendo a repentaglio la propria vita. Una vita esemplare ed una morte eroica che meritano un giusto riconoscimento da parte della città in cui Calogero Marrone ha operato.
I sottoscritti Franco Giannantoni e Ibio Paolucci, autori di un libro sulla sua vita, uscito in libreria di recente, proprio si rivolgono a Lei che di Varese è il primo cittadino. la richiesta peraltro, già avanzata da tempo da parte di esponenti dei partiti dei democratici della sinistra e della rifondazione comunista e dell’associazione dei deportati politici nei campi di sterminio (Aned) a nome del suo presidente l’avvocato senatore Gianfranco Maris, è di intitolare a nome di marrone una via o una piazza della città.
Sfortunatamente, per il momento, non è arrivata alcuna risposta da parte del comune. Ora il caldo auspicio è che, cogliendo l’occasione dell’anniversario, la Giunta comunale da Lei presieduta voglia accogliere positivamente la nostra richiesta, condivisa riteniamo dall’intera città.
Vero è che all’interno del palazzo Estense, sede del Municipio, è stata apposta nel 1994 in memoria di Marrone una lapide per iniziativa dell’avvocato Giorgio Cavaliere, ebreo, memore dell’opera di Marrone nella tempesta nazifascista “a favore dei fratelli ebrei”, dell’allora sindaco professor Raimondo Fassa e dal comandante partigiano “Claudio” Macchi, per conto dell’Anpi. Ma a noi sembra chge tale riconoscimento, pur importante, sia inadeguato alla statura morale di quest’uomo che non si piegò di fronte alla barbarie e , dopo una sofferta “Via Crucis”, come ebbe a scrivere nelle sue drammatiche lettere dalla prigionia, terminò la sua esistenza nell’inferno del Reich. il miglior modo per ricordare a tutti la vita di un uomo venuto dalla Sicilia per lavorare a Varese, lasciando un segno profondo della sua operosità e della sua solidarietà, è quello di dedicargli una via o una piazza.
Certi della sua attenzione, aspettiamo, salutandola cordialmente, una Sua risposta.
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