A Mauthausen ho sentito il lamento della storia
27 Gennaio 2015
Ho sempre immaginato i campi di concentramento o i luoghi di sterminio come posti terrificanti in se stessi, come inguardabili e invisitabili luoghi di tortura e morte.
Come se fossero rimasti congelati a 70 anni fa: gli stessi muri e luoghi, persino gli stessi suoni.
E credevo che da quei luoghi trasudasse l’orrore come se fosse ancora li, ancora presente, come se non fosse mai passato e come se fossero stati gli stessi luoghi a compiere le atrocità che sono avvenute e di cui sento sempre parlare.
Ma non è così o, almeno a me, che ho voluto visitarli, non è sembrato così.
I luoghi sono solamente luoghi, i posti sono solo quello che vedi, nulla di più.
Sul nostro immaginario hanno forse più presa le fotografie, i racconti, le testimonianze persino i film dedicati allo sterminio, che il luogo fisico in cui è avvenuto. (foto, forni crematori a Mauthausen)
Dachau, Hartaim o Mauthausen, i campi e il castello visitati, hanno avuto su di me un impatto non atteso.
Pensavo che sarei stata catapultata, solo guardando, negli anni in cui quegli stessi luoghi erano stati teatro dei più terrificanti crimini, in cui uomini, donne, bambini, ridotti a trasparenti fantasmi, venivano brutalmente picchiati, torturati, uccisi, cremati.
Invece ho visto mura gelide, luoghi aspri e freddi, come a Dachau, ma anche paesaggi mozzafiato, come a Mauthausen.
Era come camminare in una scenografia asettica: difficile, quasi impossibile, immaginare e riuscire a comprendere cosa era successo realmente in un passato a noi vicino, le vite ridotte al pari di foglie secche.
Guardando i forni crematori, ora spenti, le camere a gas, le baracche, ho cercato di immaginare, di entrare nel vivo della questione, nella sofferenza delle persone.
Ho cercato sentire la sofferenza, la memoria, la presenza delle persone. E allora ho capito che quei muri non erano solo muri, ma erano intrisi di disperazione e grida; che quelle stanze avevano visto gli ultimi respiri di migliaia di persone, che quei forni avevamo bruciato carne umana come fosse legno. Che quei pavimenti, quei terreni, erano fatti col sangue.
Non è stato facile immedesimarsi nei prigionieri che erano stati rinchiusi li, ero troppo coperta, troppo vestita, troppo al sicuro. Ma c’è stato un momento in cui mi è sembrato di essere tornata indietro nel tempo, in cui ho capito davvero cosa potevano aver provato i prigionieri dei campi, in minima parte ovviamente.
Stavo risalendo, a Mauthausen, quella che oggi chiamano la scala della morte, e già la discesa era stata difficile e scivolosa. Ero con altre persone, ma davanti a tutti. Di fronte a me non avevo nessuno, solo il vento gelido che mi schiaffeggiava il volto.
A un certo punto ho sentito un rumore, simile a un lungo lamento basso, quasi rassegnato, probabilmente un suono trasportato dall’aria da una fabbrica vicina.
E per qualche minuto quel suono si è unito al respiro mio e di quelli che stavano salendo dietro di me.
In quell’istante, tra il rumore portato dal vento, simile alle voci dei fantasmi di quel luogo, e il suono del nostro respiro affaticato, proprio in quel preciso istante, ho sentito la storia. E ho capito.



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