AAA Vendesi pubblica dignità
10 Agosto 2012
Egregio direttore,
il concetto di "prostituzione", da qualunque angolazione lo si veda, richiama una sola realtà: chi si prostituisce vende il proprio corpo in cambio di denaro. Lo si fa spesso spinti dalla povertà, dal bisogno di guadagnare per vivere o per procurarsi le abbondanti risoerse finanziarie per non farsi mancare niente. Della serie: chi me lo fa fare di cercarmi un lavoro come gli altri se vendendo "i miei gioielli" guadagni di più e lavoro di meno? Ebbene in questi giorni sento sempre più parlare della (s)vendita del patrimonio pubblico, fatto passare ipocritamente come "dismissioni". Per fare cosa? Portare qualche miliardo nelle casse dello Stato.
Con tutto il rispetto anche questa ipotesi sa tanto di "prostituzione". Si vendono pubblici gioielli percorrendo la via più facile. Con tanti saluti alle riduzioni delle spese, a partire dai bilanci delle istituzioni (Quirinale, Camera, Senato, regioni con formicai di dipendenti, enti pubblici, lavori pubblici iniziati con centinaia di milioni e mai portati a termine, mancato utilizzo di moderni strumenti dell’ informatica, tonnellate di carta che potrebbero essere evitate, spese militari e via via sperperando). Pensare a fare cassa con le dismissioni senza percorrere l’ unica via della virtuosità e del buon senso equivarrà a fare dello Stato un prostituta che, venduto il suo "corpo", si troverà domani sempre in brache di tela ma non potrà contare più sulla sua "attrazione fisica".
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