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Cosa non saremmo senza la scuola “aperta a tutti”

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4 Marzo 2011

Caro Adriano,

ho letto con piacere il tuo intervento e la discussione che sei meritoriamente riuscito ad innescare sul ruolo della scuola pubblica. Ho apprezzato soprattutto la forma del tuo intervento: non una polemica, ma il racconto di un’esperienza, un ricordo appassionato quanto disinteressato. E in effetti, la scuola (quella pubblica, in modo particolare) è un tema troppo complesso e troppo importante per poter pensare di liquidarlo con un comizietto occasionale. Bisogna ragionare e capire; e farlo a partire dalle proprie esperienze è il modo migliore per non scadere nel fazioso. E credo che al dibattito possa giovare anche il contributo di chi – non me ne vogliate – quel ricordo lo ha più fresco (maturità al Cairoli, sezione D, due anni fa).

Quando penso alla scuola pubblica, almeno per come l’ho vissuta e conosciuta io, mi viene in mente la bella frase con cui la nostra Costituzione, all’articolo 34, la istituisce: «La scuola è aperta a tutti». Forse involontariamente ma certo significativamente, i padri costituenti hanno scelto una espressione particolarmente felice, quasi metaforica: la scuola, scrivono, è aperta a tutti. E’ proprio questa immagine di apertura che mi ritorna insistentemente alla memoria e che, a mio modo di vedere, costituisce il senso stesso e l’aspetto più nobile dell’insegnamento pubblico: la scuola deve aprire, e apre, le porte del sapere a tutti. La conoscenza, la capacità di vivere in comunità, di ragionare e argomentare, insomma la possibilità di essere uomini e cittadini veri, non sono una merce che possa essere offerta a fruitori di un servizio, come ora si tende a definire alunni e famiglie. La formazione – e i Greci l’avevano già capito – è un fenomeno più complesso, un vero e proprio atto di costituzione di ciò che saremo nel privato e nel pubblico, delle nostre abilità, delle nostre conoscenze e dei nostri valori, e quindi, in definitiva, del contributo che saremo in grado di portare nell’agorà: è un atto cui devono partecipare, con uguali responsabilità e apporti, i singoli, le loro famiglie, la scuola. Ecco perché questo atto di apertura assume valore e significato: la comunità, le generazioni precedenti, compiono un gesto di avvicinamento attivo verso le nuove generazioni, e lo fanno gratuitamente e liberamente, nei confronti di tutti. E’ la natura delle cose, è il nostro dovere, è l’humus in cui nasce una democrazia vera e operativa. E’ la ragione per cui mai potremmo fare a meno della scuola pubblica.

Ma la scuola intesa come istituzione svolge il suo importantissimo ruolo solo attraverso le donne e gli uomini che la fanno, giorno dopo giorno, con passione e impegno incrollabili e quasi incredibili. Sembrerà banale, ma la scuola, ogni scuola, è aperta perché ogni giorno qualcuno la apre, la riempie e le dà senso. E’ questo venire incontro ai ragazzi, questo vero e proprio desiderio di incontro e se necessario anche di scontro, questo darsi completamente e gratuitamente (chi insegna lo farebbe anche gratis: chi ci governa l’ha capito da tempo e ha preso provvedimenti), che costituisce il ricordo più piacevole dei miei anni sui banchi del liceo. Forse ho avuto fortuna, ma ho incontrato sul mio cammino tanti uomini e donne che più che professori hanno voluto e saputo essere per me e tanti altri compagni veri e propri maestri, mi e ci hanno cioè mostrato, offrendocisi in prima persona, senza mai tirarsi indietro, i valori in cui credere e da difendere. Non sempre è stato facile, ora posso riconoscerlo. Eravamo ragazzi con richieste grandi e importanti, come l’albatros di Baudelaire: le nostre ali da giganti ci impedivano di camminare. E però non si sono tirati indietro, e così facendo ci hanno educati, cioè hanno tirato fuori da noi il meglio.

Cosa mi porto via, dunque, da cinque anni di liceo? La capacità di un pensiero libero e indipendente, l’amore inesausto per lo studio (che in latino, anche se oggi ci sembra strano, significa proprio passione), il valore dell’impegno e del lavoro anche e soprattutto come forma di rispetto per se stessi e per gli altri. Quanta fatica, ma anche quante soddisfazioni! Ho, abbiamo, imparato che una strada in salita non è per forza un calvario, e che la fatica di percorrerla – tutta, senza scorciatoie – è ripagata dal piacere di guardarsi indietro e vedere quanto è stato fatto. Ho, abbiamo, imparato il bello di fare piani per il futuro e di rispettarli con puntualità. Ho, abbiamo, imparato anche il piacere di infrangere qualche regola, e l’importanza di farlo per mantenersi davvero liberi. Ho, abbiamo, imparato ad essere creativi, a trovare metodi di espressione alternativi e tutti personali per dire quel che non potevamo (ricordo con affetto la composizione del giornalino di classe). Ho, abbiamo, imparato che lamentarsi non serve: bisogna rimboccarsi le maniche e darsi da fare. E in quegli anni qualcosa abbiamo, tutti insieme, costruito; qualcosa che, credo e spero, durerà.

Ma soprattutto in quegli anni ho imparato il valore per me principe: l’amicizia e il rispetto per gli altri. Come possiamo sperare di costruire una comunità più giusta se non ci abituiamo fin dalla scuola a vivere con gli altri, a mettere in rapporto le nostre esigenze con quelle altrui, a capire quali sono i nostri spazi e i nostri limiti? Non possiamo in assoluto rinunciare ad un’esperienza simile: per essere uomini e cittadini migliori. La scuola per me, dunque, è il luogo dell’apertura e dell’incontro. Resterà sempre indimenticabile, per me, l’incontro con le compagne arrivate nella mia classe con Intercultura rispettivamente da Caracas e da Berlino. Pur tra le difficoltà linguistiche, pur tra le incomprensioni culturali, si è sviluppato un senso di solidarietà e di fratellanza sincero, che va ancora oltre il concetto di amicizia e che risuona di sguardi sinceri e parole amiche.

Ancora l’altro ieri ho ricevuto un messaggio dall’amica berlinese. L’italiano era ancora zoppicante, ma il messaggio è arrivato chiaro: cosa saremmo senza una scuola aperta, e aperta all’incontro? Parafrasando Kavafis: semplicemente, non saremmo.

Francesco Morosi, studente della Scuola Normale di Pisa ed ex allievo del Cairoli

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