Don Milano e le sue lettere
10 Luglio 2023
Complice questa malattia che si trascina da diversi mesi, mi è data l’opportunità di rileggere con tanto interesse le lettere di Don Lorenzo Milani, in una delle prime edizioni, la IX per la precisione del dicembre 1973, un libro ritrovato nella mia biblioteca personale, regalatomi da mia sorella nel 1975. Sono tutte lettere interessanti, anche se non sempre di facile comprensione. Le prime lettere degli anni 50 hanno tutto l’entusiasmo di questo prete giovane, neofita, per mettere in pratica la sua vocazione attraverso una scuola popolare a San Donato di Calenzano nella ricerca di oratori autorevoli per le conferenze del venerdì sera.
Scrive poi in Germania per farsi inviare una cartina della Palestina, per un progetto di un nuovo catechismo, mai andato in porto e ad un regista francese per fare un film sulla vita di Gesù. Tutto questo entusiasmo viene poi stroncato quando, nel 1954, viene esiliato a Barbiana, questo luogo sperduto sulle montagne toscane, vittima non solo della sua incapacità di compromessi con i notabili locali, ma soprattutto dello scontro tra il partito romano e i fermenti della chiesa fiorentina capeggiati da Giorgio La Pira.
La parola “compromesso” non ha mai fatto parte del lessico di Don Milani, anzi tutto il contrario. Per il popolo di Dio di Calenzano sarà una grande perdita, ma per quello di Barbiana sarà il più grande regalo della Divina Provvidenza. Anche Don Milani non sa ancora della sua fortuna: la solitudine di Barbiana gli farà scatenare un fuoco interiore da far diventare questa località un faro per la chiesa e per tutta la scuola italiana. Senza Barbiana Don Milani non sarebbe diventato quel che è diventato e Barbiana sarebbe rimasto un luogo sconosciuto.
Nel 1958 pubblica “Esperienze pastorali”, libro che all’inizio sembra incontrare il favore di tanti preti, vescovi e comunità religiose. Ma a stroncare questo iniziale entusiasmo ci pensa “Civiltà Cattolica” che dai palazzi romani giudica inopportuno questo libro, scritto tra l’altro da un giovane prete che pretende di dettare una riforma radicale della chiesa, senza nessun rispetto per la sua struttura gerontologica. E così per Mons. Perego i 35 anni di Don Milani non sono adatti per quel libro, dimenticando che Gesù Cristo è morto sulla croce alla giovane età di 33 anni. Che contraddizione: sembra che questi dottori di teologia non abbiano mai letto il Vangelo!
È in questi anni che il carattere di Don Milani cambia, complice anche l’inizio della sua malattia che in meno di dieci anni lo porterà alla morte. È indubbio che Don Milani sia un grafomane. Diventa il difensore dei poveri, dei suoi ragazzi e di tutte le famiglie contadine, contro coloro che cercano di sfruttare la loro ingenuità, sia nei confronti di chi se ne approfitta con la scuola guida della patente per la moto o di chi fa circolare contratti truffa per ingrandimenti fotografici.
Non mancano lettere importanti come quella inviata alla scuola di Piadena o le relazioni sempre tese con la sua diocesi. Con i suoi ragazzi manifesta la sua vocazione di maestro e di padre, sia per i ragazzi della scuola che per tutta la sua comunità. Un padre esigente al limite della esasperazione. Le lettere si concludono con la vicenda dei cappellani militari, l’appassionata lettera al suo Vescovo Mons. Florit con l’invito a mietere dove lui ha seminato in tutti quegli anni, la lettera bellissima a Nadia Negri, le lettere ai suoi ragazzi che ha mandato all’estero per imparare le lingue straniere ed infine i riferimenti della stesura di “lettera ad una professoressa” che è il suo testamento spirituale. Purtroppo Don Milani ha dovuto scontrarsi con la sua “ditta” che come tutte le ditte è una struttura malata di burocrazia (clericalismo) dove fanno carriera i portaborse e non coloro che ardono di una vocazione e di una fede infuocata dallo spirito santo. Una malattia tuttora presente che fa dire a tanti che la chiesa sia irriformabile nonostante la presenza di Papa Francesco, che nella sua omelia in visita a Barbiana ha scritto: “Essere prete come il modo in cui vivere l’Assoluto. Diceva sua madre Alice: “Mio figlio era in cerca dell’Assoluto. Lo ha trovato nella religione e nella vocazione sacerdotale”. Senza questa sete di Assoluto si può essere dei buoni funzionari del sacro, ma non si può essere preti, preti veri, capaci di diventare servitori di Cristo nei fratelli.” E se lo dice il Papa c’è da crederci.
Emilio Vanoni
Induno Olona, 02/07/2023



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