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E se fosse Storia?

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4 Aprile 2005

Egregio direttore,
uno studente delle scuole medie o un dilettante autodidatta che si ponesse l’ambizioso obiettivo di capire cosa è il marxismo, sia pure nel ristretto ambito delle proprie personali possibilità e dunque, per quanto possibile, indipendentemente dal proprio livello culturale, si troverebbe immediatamente di fronte ad un problema di metodo.
Per come viene posta, sembra qui di trovarsi dinanzi ad una questione del tutto teorica e superflua tuttavia, dato che il marxismo è stato ed è tuttora oggetto di studio da parte di generazioni di economisti, di sociologi, di politici e di filosofi, è persino paradossale che proprio l’universale riconoscimento per la grandezza di questa scuola di pensiero, per come si presta alla speculazione ed alla critica dotta, costituisca il più grande limite alla sua comprensione e alla sua critica non dotta, cioè a quella che certamente più conta, soprattutto in un contesto politico e sociale. In realtà il dilettante autodidatta potrebbe far rilevare la centralità della questione, laddove la specifica dottrina di Marx è in grado di essere compresa, almeno per come viene presentata oggi, solo da chi ha un livello culturale molto elevato, tutto il contrario cioè di quel che dovrebbe essere per poter essere letta, interpretata e criticata dalle masse. Una critica speculativa al comunismo sarebbe oggi senz’altro auspicabile ma, giusta o sbagliata – si chiede il dilettante ed onesto studioso – che senso avrebbe una critica di questa dottrina senza che essa non risulti, per la sua natura specifica, comprensibile ai più o addirittura senza che neppure sia chiaro il significato del comunismo stesso? E’ questo il motivo per il quale lo studente, conscio della pochezza della propria scienza, ma forte del metodo scientifico acquisito nella scuola dell’obbligo, sa di non potersi e di non doversi cimentare con testi fuori dalla sua portata. L’autodidatta intuisce, alla lontana, l’importanza della lettura critica di testi eminenti come “Materialismo ed empiriocriticismo” o altri classici, invidia sinceramente chi è in grado di compierla e spera, una volta dismessi i panni dello studente, di potervisi cimentare con profitto. Intravede tuttavia un pericolo mortale, quello di parlare o di scrivere senza essere capito: gli attributi che per un borghese sono la vita – osserva lo studente – cioè la capacità di essere seducente ed incomprensibile al tempo stesso, per un socialista sono la morte, così come lo sono per chiunque voglia anteporre l’interesse collettivo a quello personale. Se non può essere compreso – concluderebbe il buon autodidatta – tanto vale che il socialismo non sia mai stato neppure concepito.
E allora? Che fare? Da che parte prendere l’oggetto misterioso da studiare, quale maniglia, quale appiglio possiamo porre a riferimento per analizzare, progressivamente, senza sbandare e fin dove necessario, una tanto vasta produzione filosofica e critica? Qual è il carattere fondamentale del marxismo, l’aspetto predominante che conviene studiare per primo per poi sviluppare il resto? Si tratta di una filosofia? Di una dottrina sociologica? Economica? Politica?
L’autodidatta sbanda, soprattutto l’autodidatta socialdemocratico di oggi, tutto intento a cercare la verità fra le cose e non dentro di esse, tutto intento alla mediazione ma non all’approfondimento critico: si è comprato “Il Capitale”, bello rosso e lucido da mettere in mostra nella scarna biblioteca, affianco ai testi di don Giussani, per far intendere che lui non ha pregiudizi, ma non osa iniziare a leggere perchè gli manca il timone, gli manca il metodo e teme di affogare tra le righe, cosa non difficile di fronte ad un simile “mattone”. Lo studente potrebbe tuttavia, se fortunato, trovare conforto nell’ottima saggistica popolare di quegli stessi eminenti filosofi:”(..) gli insegnamenti di Marx, basati sullo studio della Comune, sono stati dimenticati così bene che il “socialdemocratico” contemporaneo (si legga il rinnegato contemporaneo del socialismo) è veramente incapace di concepire altra critica del parlamentarismo che non sia quella degli anarchici o dei reazionari. ( ..) nei parlamenti non si fa che chiacchierare, con lo scopo determinato di turlipinare il popolino”.
E se Marx – potrebbe sbottare a questo punto il principiante – fosse uno storico? Se tutte le sue opere, il suo pensiero economico, sociale, filosofico, politico, fossero solo la naturale ramificazione di un unico solido tronco, identificabile in un modo particolare di leggere la Storia ? Se così fosse, ma è solo l’ipotesi di uno studente, si aprirebbero le porte ad una comprensione del materialismo e del comunismo che risulti accessibile a molti. Se questo approccio funzionasse, concludiamo, si sarebbe acquisito un metodo scientifico per l’interpretazione, in chiave critica, di una buona parte del pensiero e degli eventi che hanno caratterizzato il Novecento.

Lettera Firmata

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