Festa della donna, una lunga storia di sacrifici e rivendicazioni
6 Marzo 2006
Egregio Direttore,
la dedica del’8 Marzo alle donne è dovuta ad un evento accaduto in questo stesso giorno nel 1908, alla fabbrica tessile Cotton di New York, dove delle operaie che scioperavano per le terribili condizioni di vita cui erano obbligate, vennero dal padrone rinchiuse all’interno dell’edificio.
All’improvviso nella fabbrica scoppiò un incendio e 129 donne perirono tra le fiamme.
Sempre in America nello stesso anno, il 3 Maggio, militanti socialiste organizzarono a Chicago, il primo “Woman’s Day”, dove per la prima volta le donne osarono prendere la parola di fronte ad un pubblico di politici uomini.
Ma la storia delle rivendicazioni femminili inizia molto prima, nel momento stesso della nascita della democrazia moderna in Europa, quando, durante la Rivoluzione Francese la categoria di “uguaglianza tra fratelli” esclude le donne dalla cittadinanza politica. In quel periodo il conflitto si apre con la “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina” del 1792 di Olympe de Gouges, che successivamente verrà ghigliottinata, ma la lotta per l’accesso delle donne ai diritti civili e po1itici lungi dall’essere archiviata continuerà nel tempo..
Si crea così un movimento che si rivelerà particolarmente attivo sia in Europa che negli Stati Uniti dove, nel 1848, oltre trecento donne si riuniscono a Seneca Falls e con la “Dichiarazione dei sentimenti“ ripropongono la questione dei diritti politici.
L’intensità del conflitto di genere in quei periodi è confermata dal livello di repressione esercitato dai vari governi nei confronti delle donne in lotta, che vengono spesso picchiate e incarcerate.
Questo tipo di repressione feroce contro le rivendicazioni femminili è ancora tristemente attuale in molti paesi del mondo che si rifanno alla tradizione patriarcale e rifiutano la modernità, in moltissimi altri invece, tra cui il nostro, permane una discriminazione di tipo culturale.
L’emancipazionismo di fine Ottocento e inizio Novecento si struttura in Italia come un vero e proprio movimento organizzato, che non si identifica in alcun partito, ma condivide con i partiti democratici obiettivi comuni; si organizza e si dà visibilità, si afferma come presenza autorevole anche nel campo assistenziale e sociale, inventando modalità di intervento, che saranno la base del futuro stato sociale.
Ad esempio l’Unione Femminile, sorta a Milano nel 1899, ma cbe estende la sua azione ad altre città, si impegna a favore del divorzio, per il diritto di voto, per la tutela del lavoro femminile e minorile, crea scuole professionali, asili, sostiene le leghe operaie e contadine, combatte la prostituzione istituendo il “Comitato contro la tratta delle bianche”.
Nel corso della Grande Guerra le donne diventano protagoniste nel campo del lavoro, sia nell’ industria che nell’agricoltura, sostituendo gli uomini al fronte; nello stesso tempo le Associazioni Femminili, laiche e cattoliche, si attivano nell’assistenza ai soldati in guerra e alle loro famiglie.
Analizzando il fenomeno nel tempo possiamo affermare che durante i conflitti armati tra Stati, ad una maggiore espansione delle donne nel mondo del lavoro, non ha mai corrisposto una presa di coscienza della loro autonomia di pensiero, schiacciata dalla propaganda di guerra e appiattita nel comune sentimento di difesa nazionale.
Questa concetto è mirabilmente esposto da Virginia Wolf, che nel l938, quando in Europa stanno avanzando il fascismo ed il nazismo, formula una critica radicale al concetto di patria e alla politica maschile competitiva e violenta, proponendo con lo scritto la “Società delle Estranee” la scoperta del pensiero della differenza tra i sessi e la sua prima formulazione.
Dice Virginia: “Non ho patria, non voglio patria alcuna, in quanto donna la mia patria è il mondo intero”.
In Italia il 30/7/1919 con l’approvazione di una legge da parte della Camera, sembra che stia per concludersi positivamente la battaglia per il suffragio femminile, anche se in un primo momento limitato al voto amministrativo, ma la caduta del governo e i successivi avvenimenti impediscono l’approvazione della legge da parte del Senato. Alcune fra le più attive esponenti del movimento emancipazionista aderiscono al fascismo, illuse dall’apparente “rottura di schemi” che Mussolini va propagandando.
Ben presto però, queste donne si accorgono che il modello “nuovo” loro proposto dal regime è centrato solo e ancora sul ruolo materno e nega alla donna la dignità di persona in quanto tale.
Durante la Resistenza le donne danno un grande contributo alla lotta di liberazione, su un totale di 200.000 combattenti, ben 35.000 sono donne, a queste vanno aggiunte le numerose staffette che fanno circolare tra i resistenti armi, stampe, direttive di partito, nascondono nelle case antifascisti e partigiani, mettendo a repentaglio la propria vita e quella dei familiari.
Alcune di loro, per aver partecipato alla Resistenza, sentono la necessità di prendere in mano una penna e di scrivere al femminile una storia in precedenza fatta esclusivamente di uomini; molte si impegnano nella battaglia civile e politica.
L’accesso delle donne italiane alla piena cittadinanza si attua con un decreto del Consiglio dei ministri del 31 gennaio 1945 e si conferma con l’esercizio del voto nel referendum che sancisce la nascita della Repubblica Italiana il 2 Giugno del 46.
Nel 1973 col nuovo diritto di famiglia avviene in Italia la piena parità legislativa, anche se alla completa parità di fatto si frappongono ancora oggi molti ostacoli di natura economica e culturale.
Così succede che molte donne siano vittime di violenze e soprusi domestici perchè incapaci di difendersi o sottrarsi, o perchè essendo generalmente il soggetto economicamente più debole all’interno della famiglia non sono in grado di provvedere da sole al proprio mantenimento e a quello dei figli; altre volte l’esempio materno, l’educazione, il timore del giudizio degli altri inducono a subire e a pazientare.
Dallo stesso tipo di educazione tradizionale derivano i sensi di colpa che accompagnano le donne che lavorano e non riescono se non con grandi sacrifici e trascurando sè stesse a conciliare lavoro e famiglia in un modello di produzione maschile poco incline a lasciare spazio a cura e affetti..
Bisogna far capire a tutte e a tutti, che gran parte dello stato sociale in Italia sta ancora in piedi sul sacrificio delle donne, che questo non è più ammissibile senza un giusto riconoscimento, e che dobbiamo arrivare alla condivisione paritaria del lavoro di cura e assistenza in famiglia.
Nel nostro Paese il modello culturale e sociale attuale necessita di un salto di qualità, abbiamo bisogno di più donne nelle arti visive, nel teatro, nell’editoria, nella comunicazione, nell’ informazione e nella politica, donne in grado di mettere in discussione una cultura prevalentemente maschile in favore di una più condivisa.
Dobbiamo essere capaci di ribaltare i vecchi ruoli e le stereotipate figure femminili presentate dai mass media, che nulla hanno a che vedere con la realtà della donna che vive e lavora.
I mezzi di comunicazione troppo spesso contribuiscono in maniera negativa e determinante a diffondere un’immagine della donna in vetrina o in vendita e quindi, oggetto di sfruttamento sessuale.
Qui viene messa in gioco sopratutto la dignità della persona; se qualche legge permetterà che possiamo essere pagate per soddisfare una qualunque fantasia maschile, inevitabilmente si rafforzerà negli uomini il convincimento che noi donne siamo esseri inferiori .
La legge per la tutela della lavoratrice madre, il diritto di parità di salario tra uomo e donna, la legge sul divorzio, la riforma del diritto di famiglia, la legge sull’aborto, l’istituzione degli asili nido, dei Consultori pubblici, la legge contro la violenza sessuale hanno ampliato le libertà delle donne e di tutti.
Tuttavia l’affermazione e la realizzazione nella vita di tutti i giorni di queste leggi non è ancora oggi completa. Il divario tra la Costituzione e le leggi, da una parte, e la condizione reale delle donne, dall’altra, resta insopportabilmente grande, il cambiamento delle mentalità troppo lento.
Spesso ai doveri tradizionali “legati al lavoro di cura” si sono semplicemente sommati quelli derivati dai nuovi ruoli conquistati nel mondo del lavoro, negli studi, nella ricerca.
Paradossalmente sono aumentate la fatica e l’oppressione.
Ma la storia della rivoluzione femminile come un fiume carsico scompare e riappare, quest’anno il 14 gennaio al grido “Usciamo dal silenzio” ha inondato le strade di Milano.
Cordiali saluti



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