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I neonazisti a Rogoredo e il “duce che non era duce”

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18 Giugno 2013

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti e non  dissi niente, perché non ero comunista.  Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare.
Bertold Brecht,1931.

Gentile direttore,
il 15 giugno, in zona Rogoredo, a tre chilometri dal centro di Milano, si è svolto il megaraduno di numerosi gruppi neonazisti convenuti da tutta Europa, soprattutto da Germania, Spagna, Olanda, Repubblica Ceca, Polonia, e Slovacchia. Numerosi gruppi musicali si sono alternati sul palco del capannone, come del resto a Malnate, in occasione del compleanno di Hitler, suonando canzoni i cui testi propagandavano il peggior razzismo e odio contro immigrati, gay ed ebrei.
 Ancora una volta non si è fatto nulla da parte delle autorità competenti per impedire quello che è stato definito: “uno strappo ai principi della legalità democratica e una grave un’offesa alla città di Milano, medaglia d’oro della Resistenza”.
Di fronte a queste manifestazioni di autentico rigurgito neonazista, che si stanno moltiplicando senza sosta, si tende sempre a minimizzare e a dire “ma che male c’è si limitano a suonare ecc.”; “ormai i dittatori sono morti, e non possono più fare male ad alcuno, perciò lasciamoli riposare in pace”.
 Addirittura in occasione delle polemiche sorte a proposito della revoca della cittadinanza a Mussolini c’è anche chi si è attardato in dispute di “lana caprina”, scrivendo che nel 1924, anno della concessione della cittadinanza a Mussolini, “il duce non era ancora duce”; o come ha detto qualcun altro: “nel 1924 non c’era nessuna bestia da uccidere, nemmeno una tigre di carta” (ma Herbert Matthews,  giornalista americano, scrive  nel novembre 1944, quando il fascismo stava per finire: che c’entra il 1924?); o infine:“la cittadinanza a Mussolini oggi non può danneggiare nessuno”; “Il fatto poi di accostare il nome del dittatore Mussolini a quello dell’eroico cittadino Calogero Marrone mi sembra irriguardoso per quest’ultimo”; o che “paragonare la città di Linz con Varese è inaccettabile. ( Detto per inciso: con questo raffronto ho cercato di far vedere qual è la differenza tra una nazione che bene o male i conti con il passato li ha fatti e l’Italia di La Russa e Berlusconi che  i suoi conti con il passato non li ha fatti).
Questa solfa ripetuta con argomentazioni del genere fanno cadere veramente le braccia, e non cambiano i termini reali della questione, anzi l’aggravano con il loro scoperto tentativo strumentale di spostare il fulcro del dibattito verso questioni marginali.
 E’ bene  chiarire una volta per tutte: qui nessuno vuole tanto discutere se la cittadinanza concessa nel 1924 fosse giusta o meno,  né se Benito Mussolini fosse Presidente del Consiglio o dittatore allora ( come accadde il 3 gennaio del 1925, allorché assunse i pieni poteri dittatoriali) quello che si vuole affermare è l’inopportunità vergognosa  di voler mantenere ancora  oggi nel 2013 questa cittadinanza, quando il giudizio di condanna del fascismo  è stato definitivamente sancito dalla storia e ripreso dalla nostra Costituzione, nata dalla Resistenza.
Certo si dirà, nel normale processo di revisione e di aggiornamento, di cui si alimenta il sapere storico, il giudizio sul fascismo può e deve essere anche rivisto, ma attenzione: un conto è aggiornare, un conto è ribaltare e negare, come fanno i negazionisti.
Infine per ciò che concerne il giudizio morale, c’è da dire che   quello è tombale e senza appello.
 Si dirà Mussolini è morto e non può fisicamente tornare “a danneggiare nessuno”; ma quello che non è morto è ciò che simbolicamente evoca il suo nome:il fascismo.
 Revocare la cittadinanza a Mussolini  e darla invece a Calogero Marrone  non significa accostare,  un carnefice ad una sua vittima e metterli tutti e due sullo stesso piano (questo sì  sarebbe storicamente falso e moralmente irriguardoso)  significherebbe invece  condannare moralmente e politicamente un carnefice ed esaltare la memoria della sua vittima; e significherebbe  nel 2013 altresì  invece   ribadire la condanna del “ventennio” e ciò che di drammatico e tragico evoca ancora  simbolicamente il  nome di Mussolini.
 Mussolini è da morto ancora un simbolo. Che cos’è un  “simbolo”? La parola “simbolo” deriva dal greco ed ha il significato approssimativo di “mettere insieme”. La sua funzione è quella di “stare al posto di…”. Per rendere più chiaro il senso di ciò che vado dicendo è interessante soffermarsi a descrivere il simbolo del M.S.I. (Movimento Sociale Italiano ) un partito politico italiano di destra fondato il 26.12.1946 dai reduci della Repubblica Sociale di Italiana, come G. Almirante e Pino Romualdi ed ex esponenti del regime fascista. Com’è  noto il simbolo del partito era la fiamma tricolore, emblema degli arditi della Prima Guerra Mondiale, che fuoriusciva  da una base trapezoidale, con al centro la scritta: M.S.I.  L’emblema del partito però, a differenza di quello  degli “arditi della prima guerra”, conteneva in più un catafalco.
 Qual era il valore simbolico per quegli ex- fascisti di quell’emblema così strutturato?   La base altro non era che il catafalco funebre  di Mussolini, la cui fiamma ideale  arde sempre ed illumina la via.
 Il simbolo come elemento della comunicazione esprime contenuti ideali dei quali esso diventa il significante. Non è difficile immaginare quali ideali simbolici evochi ed esprima la parola “Mussolini”: il creatore del fascismo. La parola “fascismo” non esisteva nel vocabolario internazionale è un fenomeno tipico italiano. Primo Levi, dovendo ritrovare le radici dello sterminio dell’Olocausto ha scritto che “Auschwitz è la realizzazione e la concretizzazione del fascismo nato in Italia e diffusosi in tutto il mondo. Non dimentichiamolo: tutto ebbe inizio,  dopo la Prima guerra mondiale, in piena crisi economica e politica con quella che chiamarono una innocua “Marcetta su Roma”; e con qualche “bicchiere di birra, fra pochi amici, in una birreria di Monaco di Baviera”, durante la grave crisi della Repubblica di Weimar, mentre il mondo stava a guardare; poi si sa come andò a finire: 60 milioni di morti nella seconda guerra mondiale e  Auschwitz con l’incenerimento di milioni di vittime innocenti.
Salvo poi a chiedersi, come ha fatto, con grande umiltà  e  senso di sincera compassione  e partecipazione: “Come è potuto succedere quel che è successo?Auschwitz ci ammonisce e ci fa riflettere affinché non possa accadere di nuovo qualcosa di simile”, Rita Süssmuth  Presidente   del Parlamento della Repubblica Federale tedesca (dal 1988 al 1998).
Lo sterminio di milioni di uomini ad opera del nazifascismo – ci ricorda Z. Bauman in Modernità ed Olocausto – “fu pensato e messo in atto nell’ambito della nostra società razionale moderna, nello stadio avanzato della nostra civiltà e al culmine dello sviluppo culturale umano. Per questo motivo l’autoassoluzione della memoria storica che ha luogo nella coscienza della società moderna è più di un’oltraggiosa noncuranza per le vittime del genocidio. E’ anche il segno di una cecità pericolosa e potenzialmente suicida.”

Romolo Vitelli

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