Il determinismo dialettico marxista
8 Gennaio 2008
Egregio direttore,
le obiezioni che potrebbero essere avanzate nei confronti della teoria dei cicli Kondratieff, da me esposta in un intervento pubblicato da “VareseNews” il 12 settembre 2007, riguardano il carattere deterministico di tale teoria e il ruolo della Cina e dell’India nell’applicazione di tale teoria alla fase attuale.
Orbene, per quanto concerne l’imputazione di determinismo, rispondo che, naturalmente, non tendo a pensare la realtà economico-sociale nei termini di un determinismo meccanicistico laplaciano, bensì nei termini di un determinismo dialettico marxista, confortato in ciò anche dalla convergenza… con l’impostazione deterministica, su base teologica cristiana, di un filosofo cattolico, Augusto Del Noce, il quale nel “Suicidio della rivoluzione” assèvera giustamente, anche se in tutt’altro senso, che “la forza oggettiva delle cose è più potente delle intenzioni soggettive degli individui”. In realtà, la teoria di Kondratieff risulta, a mio avviso, assai utile per identificare il profilo morfologico di un determinato processo storico, articolandolo su piani diversi ma interconnessi (economico, sociale, politico, ideologico e psicologico). Mi sia concesso, ‘per incidens’, rammentare anche un interessante scritto di un uomo politico e filosofo vicino a Carlo Cattaneo, Giuseppe Ferrari, il quale nell’“Aritmetica della storia” (1875) ha formulato, ispirandosi alla concezione vichiana dei ‘corsi e ricorsi’, una teoria simile a quella di Kondratieff.
Per quanto concerne la leniniana ‘analisi concreta della situazione concreta’, io parto, ovviamente, dalla centralità della crisi di sovrapproduzione nel capitalismo: un problema di cui si sono occupati pensatori di diverso orientamento come Marx, Schumpeter, Robinson, Mandel, Baran e Sweezy, Pala. Il problema che si pone oggi a chi analizza la fase attuale è, allora, quello di riuscire a delineare le dinamiche e le conseguenze specifiche della sovrapproduzione o del sottoconsumo nell’era della produzione e del mercato capitalistico globale.
La teoria di Kondratieff può apparire eccessivamente deterministica, ma, a mio avviso, è assolutamente esatta nel definire l’inevitabilità di una forte crisi economica simile alla ‘Grande Depressione’. Certo, occorre considerare le istanze contrarie alla tesi da me sostenuta, ossia la Cina e l’India. Sennonché, per considerare soltanto la Cina, risulta che essa è, sì, il più grande contenitore di investimenti stranieri del Sud del mondo, ma risulta anche che questo importante paese asiatico è, comunque, ancora focalizzato sulla produzione orientata verso l’esportazione, talché il suo contributo rispetto alla sovrapproduzione globale non è decisivo. Solo se la Cina dovesse volgersi verso una strategia di grande crescita capitalistica, volta a espandere il potere d’acquisto interno, essa potrebbe divenire il motore in grado di allontanare, forse per qualche decennio, lo spettro della stagnazione.
Escludendo perciò, almeno per ora, una drastica svolta dei leader cinesi in questa direzione, la probabilità di una fase come quella descritta da Kondratieff, all’insegna, prima, della ‘stagflation’ e, poi, della depressione, è, a questo punto, molto alta. Riconosco, tuttavia, che non è possibile trarre conclusioni definitive da un’analisi centrata solo sui livelli di produzione e sulla dinamica della sovrapproduzione. Occorre, infatti, considerare la politica globale, le dinamiche dell’egemonia culturale e l’azione delle istituzioni internazionali e sovrannazionali, perché da questo complesso di elementi e di interazioni dipenderà la possibilità di contenere la crisi entro limiti accettabili, ossia compatibili con la riproduzione del sistema capitalistico.
Senza soffermarsi sulle molteplici crisi (politiche, ideologiche, culturali, filosofiche, religiose ecc. ecc.), che compongono quella che Lenin definiva come la “crisi generale del capitalismo”, e senza sottovalutare i margini di flessibilità di cui dispone tale modo di produzione, l’attenzione, a mio giudizio, deve appuntarsi, in questa fase, sulla crisi strategica causata dalla “sovra-estensione” politico-militare. Si tratta del ruolo giocato dal fattore denominato “keynesismo militare”, ossia dal principale strumento, adoperato dai gruppi che controllano il potere a Washington, per fuoriuscire dall’attuale ‘impasse’ economica. L’espansione dell’influenza militare statunitense in Iraq, in Afghanistan, nelle Filippine, nel Sud dell’Asia e in Asia Centrale, può trasmettere un senso di potenza. Tuttavia, nonostante queste manovre, gli Stati Uniti non sono riusciti a consolidare la vittoria da nessuna parte. In tal senso, l’attacco all’Iran, postergato a causa della campagna elettorale statunitense, frutto dell’azione congiunta della recente crisi economico-finanziaria, tuttora in corso, e dell’ascesa inarrestabile del prezzo dell’‘oro nero’, è destinato a spostare in avanti, aggravandole in modo iperbolico, tutte le contraddizioni esistenti su scala mondiale (a questo proposito, è opportuno ricordare che nelle basi americane situate sul nostro territorio nazionale, ad Aviano e a Ghedi, sono presenti 90 bombe atomiche, il cui impiego militare nella ‘guerra celeste’ è, con il pieno consenso dei nostri governi, sia di centrodestra che di centrosinistra, nelle mani del presidente degli Usa).
In conclusione, se è vero che la rappresentazione della crisi fornita da Kondratieff è fortemente deterministica (il che, una volta introdotte opportune calibrature e rimodulazioni, a me pare un pregio e non un difetto), è anche vero che la situazione attuale è analoga a quella che si verificò dopo il 1880 e, nuovamente, dopo il 1929.
A questo punto, caro direttore, non abbiamo altro da fare che seguire la massima di Elisabetta Tudor (sapendo, per altro, che la storia le ha dato ragione): “wait and see” (‘aspettate e vedrete’).



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