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Il grande inganno

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15 Novembre 2011

Il governo Monti non trae la sua legittimità da alcun mandato elettorale, non ha un termine prefissato e sarà costituito da ministri in gran parte ignoti ai cittadini, provenienti dal mondo finanziario e manageriale. Non si tratterà di un mero governo tecnico, anche perché un governo tecnico è, per definizione, un governo politico, ossia un governo che decide su questioni economiche, sociali e giuridiche, le quali, come è ovvio, si ripercuotono direttamente sulla popolazione (lavoratori, pensionati e famiglie) e sui settori produttivi (piccole e medie imprese, grandi industrie e artigianato). Nulla di più politico. Non si capisce, pertanto, che cosa avesse da festeggiare quel migliaio di sprovveduti che sono scesi in piazza in occasione delle dimissioni di Berlusconi. L’unica spiegazione sembra essere la seguente: negli ultimi diciotto anni vasti settori di cittadini italiani sono stati sottoposti dai ‘mass media’, ‘in primis’ dalla televisione, a un incretinimento così pervasivo che (senza saperlo o senza rendersene conto) scambiano per una manna tutto ciò che di più autolesionistico possa esserci per il futuro del nostro Paese (dal sistema maggioritario, passando attraverso l’Unione europea e l’euro, fino alla guerra contro la Libia e al governo Monti).
 
   In un’ottica retrospettiva, si può affermare che la situazione politica ed economica attuale ci permette, se non altro, di comprendere meglio che cosa fosse avvenuto dopo Tangentopoli, in quel biennio 1992-1993 in cui Ciampi ed Amato gestirono, in qualità di “tecnici”, una della fasi più devastanti per la nostra economia nazionale. Sennonché vi è ancora chi blatera di “liberazione” e di “ventennio giunto al termine”, falsificando anche la storia, giacché, a partire dal 1994, i governi guidati da Berlusconi hanno coperto solo otto anni dei diciassette totali. E il restante periodo? È senz’altro meglio che il “popolo del centro-sinistra” non lo ricordi, perché, altrimenti, dovrebbe contare nove anni di privatizzazioni, di svendite del patrimonio statale, di “liberalizzazione” del mercato del lavoro, di totale sudditanza alla Nato.
 
   Quest’ultimo punto merita una precisazione. In effetti, la politica estera portata avanti dall’Italia negli ultimi anni non piaceva a Washington e a Londra: la polemica di sapore razzista condotta da quotidiani come la “Repubblica” contro il leader libico Muammar Gheddafi e gli attacchi della stampa contro la Russia e contro Vladimir Putin erano segni evidenti della dittatura esistente nel mondo della comunicazione. Tuttavia, non si trattava della “dittatura berlusconiana”, bensì della ben altrimenti potente e ben più palese dittatura degli Stati Uniti: un’egemonia mediatica e culturale che recluta soltanto il personale giornalistico adeguato ai propri scopi, scartando ogni voce fuori dal coro. Basti pensare ai criminali bombardamenti effettuati dalla Nato in Libia: duecentomila morti, intere città coventrizzate dai raid statunitensi, britannici, francesi, italiani e norvegesi, migliaia di vittime causate dalle guerre tribali e razziali scatenate dai “ribelli”, ma non un solo filmato televisivo (neanche da parte di Rai tre) su questo immane eccidio cancellato dalla coscienza sporca dell’Occidente, non una parola sulle responsabilità dell’Onu e della Nato nella distruzione di un paese e nella barbara uccisione di un capo di Stato, lasciato morire, come Milosevic e come Saddam Hussein, prima che potesse anche solo difendersi dinanzi ad un Tribunale internazionale, smentendo le infami ed infamanti accuse che lo volevano “carnefice” del suo popolo. Eppure, con il nostro Paese in stato di guerra, l’argomento più dibattuto nei bar e nelle piazze continuava ad essere la “questione sessuale” di Berlusconi. Quando la crisi affonderà i denti della finanza, dell’industria e di un governo-fantoccio nella viva carne delle masse, forse un volgo oggi pressoché atono e servile si ricorderà di essere un popolo e scenderà nuovamente in strada per qualcosa di importante e di vitale: il pane, il lavoro, la pace, la democrazia e l’indipendenza nazionale.
Orbilius

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