Il papa rimette in discussione il “compromesso bellarminiano”
14 Gennaio 2008
Egregio direttore,
come ho avuto modo di precisare in un recente dibattito intercorso sugli stessi temi e ospitato in questa rubrica, la scienza moderna è nata da una duplice rottura: rispetto al dualismo ontologico di derivazione platonico-aristotelica, per cui esistono due mondi, quello celeste e perfetto, la cui sostanza è l’etere, e quello sublunare, terrestre e imperfetto, costituito dai quattro elementi (aria, terra, acqua e fuoco); rispetto all’interpretazione strumentalistica della scienza moderna, sostenuta dalla Chiesa e dal suo rappresentante teologico e filosofico, il cardinale Bellarmino. Come ha spiegato con la consueta chiarezza Ludovico Geymonat, il vero nodo epistemologico e filosofico del conflitto tra Galileo e la Chiesa non fu la contrapposizione tra geocentrismo ed eliocentrismo, ma la scontro fra l’interpretazione realistica della scienza moderna, difesa dal grande scienziato pisano, e l’interpretazione strumentalistica, sostenuta da Bellarmino e dal papa Urbano VIII, nonché anticipata, in campo protestante, dal teologo luterano Osiander nella prefazione del 1543 al capolavoro di Copernico, il trattato “De revolutionibus orbium coelestium”.
Il processo a Galileo e la conseguente abiura a cui l’autore del “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo” fu costretto segnarono la vittoria del “compromesso bellarminiano”, ossia del connubio tra una concezione strumentalistica della scienza moderna, che depotenziava il suo intrinseco significato materialistico, e l’ontologia religiosa creazionistica desunta dalla Bibbia. Ecco perché i ‘moderni Simplici’, che operano la separazione fra strumento e fine, si trovano esattamente nel solco tracciato dal “compromesso bellarminiano. Anche se si trovano in compagnia della maggioranza della comunità degli scienziati contemporanei, all’interno della quale i realisti sono una minoranza, questa collocazione non li rende meno subalterni alle direttive della Chiesa e, in particolare, alla linea teologica perseguita dall’attuale pontefice, che ripropone una visione strumentalistica della scienza e ne nega conseguentemente la portata intrinsecamente filosofica, orientata verso il materialismo.
Orbene, se quanto precede è esatto, non si può non approvare la giusta protesta, espressa da 67 docenti dell’Università “La Sapienza” di Roma in una lettera al Rettore, contro l’intervento di Joseph Ratzinger alla cerimonia d’inaugurazione dell’anno accademico: lettera in cui viene stigmatizzata l’inopportunità della presenza del papa e ribadita la laicità della scienza, nonché la sua libertà da ogni istituzione clericale.
Parimenti, se si ravvisa in tali princìpi il fondamento del mondo moderno, che è quanto dire della libertà moderna, non si può non simpatizzare con la parola d’ordine formulata dai gruppi studenteschi progressisti che contestano quella che, inizialmente, doveva addirittura essere una ‘lectio magistralis’ del papa tenuta in presenza del ministro dell’Università e della Ricerca: «Il sapere non ha bisogno né di padri né di padroni / Per un sapere, una scienza e una università laici».
Sennonché l’impostazione data alla protesta antipapale dal fisico Marcello Cini, la cui lettera al Rettore è esplicitamente citata e condivisa nella presa di posizione di quei docenti, se contiene alcune giuste considerazioni a proposito della condanna di Galileo da parte del Sant’Uffizio, nonché a proposito dei ‘crimini del cristianesimo’ (Crociate, ‘pogrom’ contro gli ebrei, sterminio degli indigeni delle Americhe, tratta degli schiavi e roghi dell’Inquisizione), presenta anche, a mio giudizio, un punto debole, che ne indebolisce e ne compromette la forza argomentativa.
Mi riferisco a quel passo della lettera di Cini, in cui questi rivendica il rispetto della «spartizione di sfere di competenza tra l’Accademia e la Chiesa», ossia il rispetto di quello che ho definito il “compromesso bellarminiano”. Laddove risulta con palmare evidenza che questa è una linea difensiva arretrata, che può essere sostenuta soltanto da chi non si rende conto, per insufficienza di analisi e di adeguata consapevolezza circa il significato della congiuntura ideologico-culturale in atto, che il disegno strategico di Ratzinger è proprio quello di rimettere in discussione il “compromesso bellarminiano” e le relative sfere di competenza assegnate, su tale base, alla Chiesa e all’Accademia, sviluppando un’offensiva antimoderna, di stampo neomedievale, con armi sofisticate tratte dalla filosofia della scienza contemporanea (ad esempio, con il richiamo all’anarchismo epistemologico di Paul Feyerabend., il quale, considerando equivalenti, da un punto di vista convenzionalistico, la religione, l’astrologia e la scienza moderna, ha ritenuto “giusto e ragionevole” il processo intentato dalla Chiesa a Galileo).
Se quanto precede è esatto, ne consegue che la linea corretta ed efficace, nel conflitto teorico-scientifico e politico-culturale con la Chiesa, non è quella di reclamare il rispetto di un “compromesso” che ha condotto progressivamente la comunità scientifica al disarmo filosofico, ma è quella di rilanciare con energia e determinazione la battaglia per il realismo e il materialismo, contro l’eclettismo e l’oscurantismo che, ammantandosi di orpelli postmoderni, tendono, da un lato, a stabilire un quasi-monopolio sulle discipline umanistiche e, dall’altro, a introdurre il germe velenoso di orientamenti reazionari tanto nelle concezioni teoriche quanto negli stessi procedimenti delle scienze naturali. All’irrazionalismo dell’età imperialistica e ai suoi alleati ‘laici’ e clericali va contrapposta, dunque, la ‘rivolta della ragione’, fondata sul pieno riconoscimento della funzione (non solo pragmatica e strumentale ma anche) filosofica e culturale della scienza moderna e sulla applicazione della medesima alla trasformazione della società, alla difesa della qualità della vita e alla crescita del benessere dell’intera umanità.



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