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L’invito di Steve Jobs

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7 Ottobre 2011

Caro direttore,
sono ancora stupefatto ed emozionato della reazione, mia e di tantissimi, alla notizia della morte di Steve Jobs.
Jovanotti riflette come noi tutti “abbiamo bisogno di modelli. Ne abbiamo bisogno come il pane, come l’aria, abbiamo bisogno di modelli che non siano al ribasso, ma che rilancino la scommessa di vivere. “
Anch’io ci ho riflettuto e mi ritrovo a pensare come quest’uomo abbia saputo fornire alla scienza e alla genialità i tratti di una dimensione popolare come raramente accade in momenti importanti della storia, dando al ‘sapere’ anche il ‘sapore’ della condivisione con gli altri.
Mi viene spontaneo associare il fondatore della Apple ai miei miti di studente: Galileo, Diderot, Darwin, Einstein e, ovviamente Marx. Grandi menti che hanno unito applicazione profonda e rigorosa con il coraggio di rompere schemi sicuri e consolidati.
Essi non ci hanno regalato solo scoperte, ma un nuovo sapere che è diventato patrimonio dell’umanità.
Un sapere sempre in crescita e in evoluzione: “ciò che oggi scriviamo sulla lavagna, domani lo cancelleremo”, diceva il Galileo di Brech.
Un sapere che deve essere patrimonio di tutti, come volevano gli enciclopedisti.
Mi piace pensare la popolarità di Jobs non solo come un prodotto, tra i tanti, della civiltà mediatica nella quale egli ha operato, nè solo come il risultato della sua abilità comunicativa, del suo straordinario carisma.
L’ammirazione e la riconoscenza tributati al creatore dell’I-Pod sono la prova che infine, ciò che avvicina, accomuna e affratella questa povera e divisa umanità è ancora e sempre la vecchia ragione.
Così il contributo Steve Jobs, il suo invito ad essere “affamati e folli” non è che la versione moderna e ironica dell’invito kantiano ad uscire dallo stato di minorità che è “l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro”.
Un invito sempre attuale per ciascuno di noi.

Saluti cordiali

Roberto Caielli

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