La mafia e la sfiducia nello stato
2 Novembre 2009
Caro direttore,
non ho timore ad ammetterlo: ho scarsissima fiducia nello Stato, o meglio in alcuni dei suoi apparati, per quanto riguarda la lotta alla criminalità organizzata.
Due esempi veloci, ma illuminanti.
Anno 1984. Dopo le dimissioni di Capponnetto l’opinione pubblica si aspetta che venga nominato successore colui che più di ogni altro seppe colpire Cosa Nostra e cioè Giovanni Falcone.
Ma così non andò grazie ad una feroce campagna a mezzo stampa sui " professionisti dell’antimafia" che portò alla nomina di Antonio Mele, vecchio magistrato che operò in netta controtendenza dall’operato del pool e costringendo gli stessi magistrati ad occuparsi di delitti scissi dal contesto riportando la lotta alla mafia indietro di anni e segnando definitivamente la fine dell’antimafia.
La campagna denigratoria contro Falcone continuò ben orchestrata dal potere tanto che quando ormai apertamente contestato durante una conferenza, il magistrato si rese conto del destino che lo aspettava e confidò ad una giornalista amica che " si incomincia a morire quando si è lasciati soli" E Giovanni Falcone fu lasciato solo dallo Stato, come lo fu Dalla Chiesa in precedenza.
Anno 2005. Piero Grasso viene nominato Procuratore Nazionale Antimafia al posto del sostituto naturale di Vigna, Giancarlo Caselli noto per i meriti ottenuti nella lotta contro il terrorismo e contro Cosa Nostra, durante il terzo governo Berlusconi grazie a un emendamento presentato da un esponente di AN, Luigi Bobbio, nel contesto della riforma dell’ordinamento giudiziario, noto come Riforma Castelli, secondo il quale Caselli non potè essere nominato per limiti di età.
Sono solo due dei numerosissimi fatti che dovrebbero far riflettere. Poi, per carità, ognuno può giudicare come meglio crede.



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