Moro: lettere di un condannato a morte
28 Maggio 2018
Egregio direttore,
sto terminando in questi giorni la lettura delle lettere di un condannato a morte speciale, Aldo Moro. Sono lettere strazianti ricche di una immensa umanità, lettere altamente educative, da portare nelle scuole paragonabile a quelle dei partigiani condannati a morte nella Resistenza dai nazifascisti. Metà delle lettere sono indirizzate agli amici del suo partito, la Democrazia Cristiana, da cui si sente tradito e per certi versi condannato.
Sono lettere scritte da un professore universitario da cui traspare finezza e intelligenza in cui cerca in tutti modi di cercare di rompere il fronte della fermezza che di fatto lo condanna a morte. Comprende che ad ucciderlo materialmente saranno i carcerieri delle Brigate Rosse, ma capisce anche che la condanna a morte arriva dal suo stesso partito che ha servito per tutta la sua vita per il bene del proprio Paese, ma anche da quei servizi segreti americani che lo avevano portato a dichiarare che il nostro, è un paese a sovranità limitata E’ certamente un condannato a morte speciale, un uomo potente, abbandonato dai suoi amici potenti. Ma pur nell’angoscia d questa situazione drammatica in cui vive, non ha un risentimento di odio nei loro confronti. Comprendere solo quale errore storico i partiti della fermezza stanno commettendo e che di fatto avvierà una grave crisi istituzionale negli anni seguenti con la fine di tutti i partiti popolari italiani, dalla Democrazia Cristiana al Partito Comunista.
Se il 9 maggio in mezza Europa si festeggia la fine della guerra, la sconfitta del nazifascismo e la vittoria della democrazia, noi qui in Italia quel 9 maggio 1978 bisognerebbe avere il coraggio di celebrarlo come il giorno più infausto della storia della nostra Repubblica, forse peggio ancora dell’8 settembre del 1943. E’ stata la più grande sconfitta della Stato Italiano, di tutti i suoi apparati di sicurezza inquinati dalla loggia massonica P2. Forse è stata la più cocente sconfitta della nostra stessa Costituzione, legittimando da parte dello Stato il ripristino della pena di morte.
L’altra metà delle lettere sono indirizzate alla sua famiglia, lettere testamento in cui cerca di portare conforto per la sua prossima scomparsa di cui è sicuro. Non ci sono parole di rimpianto per il sopraggiungere della morte, ma la tristezza per il danno che la sua morte potrà provocare alla sua famiglia. Scrive alla moglie Eleonora: “Mia dolcissima Noretta ….Ora vorrei abbracciarti tanto e dirti tutta la dolcezza che provo, pur mescolata di cose amarissime, per avere avuto il dono di una vita con te, così ricca di amore e di intesa profonda. Dio sa quanto avrei sperato di accompagnarvi ancora un poco, di dare custodia ed aiuto all’amatissimo Luca, di aiutare tutti a superare le prove del duro cammino. Ho tentato tutto e ora sia fatta la volontà di Dio, credo di tornare a voi in un’altra forma. Non mi so immaginare onorato da chi mi ha condannato. Ma fa tu con spirito cristiano e senso di opportunità”.
Spiace ovviamente che in quel tempo, un po’ tutti abbiamo considerato quelle lettere poco credibili, scritte sotto una pressione psicologica devastante. Allora si diceva, non era lui, ma erano dettate dai suoi carcerieri, come se questi potessero mai avere la sua intelligenza e la sua raffinatezza. In questo purtroppo occorre dire che Aldo Moro è stata ucciso due volte.
Cosa possiamo fare oggi per rimediare a questo errore? Non lo so. Moro è morto sulla sua croce, come Gesù è morto per liberarci dai nostri peccati. Moro è morto per salvare il nostro Paese e sconfiggere per sempre il terrorismo. L’unica che può rimediare a questo è la chiesa, facendolo santo, insieme a Papa Paolo VI, perché Aldo Moro è stato veramente un sant’uomo. Le Br si vantavano nei loro farneticanti comunicati, di aver colpito con Moro il cuore dello Stato. Certamente il cuore più nobile, più onesto, più sincero e più buono che lo Stato aveva. E in questo avevano ragione.
Emilio Vanoni – Induno Olona



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