Non sono ‘di sinistra’, sono comunista
2 Maggio 2014
Contrariamente a ciò che si può desumere dalle apparenze (l’assordante rullo di tamburi in pro del governo Renzi, la risorta politica democristiana delle mance, la permanente grancassa mediatica sull’attuale papato), la borghesia italiana manifesta nella fase attuale una crescente crisi di consenso: la borghesia domina più di prima, ma si riduce la sua egemonia nella società italiana. Si tratta di una crisi di consenso che non ha un significato congiunturale e di superficie, ma ha un carattere di fondo e una base materiale. L’impoverimento progressivo del lavoro dipendente, l’espansione enorme del precariato, la proletarizzazione di ampi settori impiegatizi, l’indebitamento drammatico di milioni di famiglie e la crisi di ampie fasce della piccola borghesia e del lavoro autonomo hanno scavato nel corso degli anni un fossato profondo tra la maggioranza della società e le politiche dominanti. Tutto ciò, anche se non determina meccanicamente una radicalizzazione e può, in un primo momento, produrre demotivazione e passività, porta nondimeno, col passare del tempo, ad accumulare il combustibile di una crisi sociale di ampia portata. Gli stessi gruppi dominanti manifestano una preoccupazione crescente: infatti, se addirittura lo stesso ‘capo del governo’ (e uso intenzionalmente questa dizione di origine fascista, anziché quella costituzionale di ‘presidente del Consiglio’) e il presidente della Confindustria riconoscono il carattere esplosivo della questione salariale, ciò avviene non perché costoro abbiano motivazioni umanitarie, ma perché sono preoccupati dal forte calo dei consumi e temono il rischio di una imminente Alla crisi di consenso si aggiunge, poi, la crisi delle forme di rappresentanza politiche e istituzionali. Più di venti anni fa, dopo la dissoluzione della Dc, la borghesia appoggiò leggi elettorali maggioritarie e bipolari al fine di assicurarsi governi più stabili e intercambiabili nella gestione delle politiche anti-operaie, ottenendo indubbi risultati.
Tuttavia, i due poli di alternanza forgiati nella storia politica intercorsa da allora fino ad oggi hanno rivelato contraddizioni interne esplosive e sono oggi frantumati. Il centrodestra è esploso, oltre che per le vicende giudiziarie del suo leader, a causa di un ritorno populistico del berlusconismo, cioè dell’anomalia di un coacervo di interessi privatistici, aziendali e di clan, che dimostra la congenita difficoltà di Berlusconi nel dare vita ad un normale partito borghese e conservatore. Ma anche il centrosinistra si è disgregato, perché è entrato in crisi il suo blocco sociale di riferimento: tenere insieme Marchionne e gli operai della Fiat, le banche e le famiglie indebitate è, invero, un’impresa improba, quando non si possono ridistribuire (se non attraverso partite di giro ed ulteriori tagli alla spesa pubblica) le risorse esistenti. Del resto, è il caso di osservare che per la borghesia l’impossibilità di una politica redistributiva non nasce, in astratto, dalla carenza di risorse, bensì dal carattere prioritario della competizione economica intercapitalistica sui mercati internazionali, che richiede una rigorosa canalizzazione delle risorse economiche su questo terreno.
Questa, peraltro, è (e sarà) la vera radice della crisi del governo Renzi e della sua strutturale impossibilità nel coniugare rispetto dei vincoli posti dalla Unione Europea, crescita economica ed equità. Il fatto che la crisi segua il classico andamento ‘a doppia vu’ (recessione-ripresina-recessione-ripresina) dà la misura della gravità della espressione (in questo senso, più simile alla prima grande crisi del capitalismo che ebbe luogo tra il 1873 e il 1896 che non a quella del 1929). Vi è poi da rilevare che l’asse Renzi-Berlusconi, finalizzato ad attuare le riforme elettorali e istituzionali, non è solo il frutto della convergenza programmatica tra il maggiore partito del centrodestra e il maggiore partito del centrosinistra, ma è il frutto della crisi del bipolarismo della ‘seconda repubblica’ e della difficoltà a trovare un nuovo equilibrio. Da questo punto di vista, si palesano tutte le enormi responsabilità delle sinistre e dei loro gruppi dirigenti in questi venti anni. Invece di investire le loro forze nella opposizione ai gruppi dominanti, ai loro partiti e ai loro governi, incuneandosi nella loro crisi politica e di consenso, i gruppi dirigenti delle sinistre hanno fatto l’opposto: hanno utilizzato quella crisi di consenso per offrire alle classi dominanti il loro soccorso. E in tutti i passaggi difficili degli ultimi dieci anni, dai parametri di Maastricht all’attuale stretta sociale, quel soccorso è stato davvero indispensabile per la borghesia italiana. Le peggiori misure antioperaie e antipolari dei decenni che stanno alle nostre spalle hanno avuto il voto e il sostegno dei gruppi dirigenti delle sinistre, a partire dalle leggi che hanno reso sempre più precario il lavoro (pacchetto Treu del 1997) sino al cosiddetto “Jobs Act” attualmente in discussione. Un sostegno che è stato decisivo per far passare nella società italiana e fra le masse misure che altrimenti avrebbero incontrato ben altre reazioni e Il grande movimento sviluppatosi, con una potenzialità straordinaria e con una massa critica imponente, negli anni di Berlusconi, contro Berlusconi, è stato politicamente castrato e subordinato ad una prospettiva di centrosinistra, ossia agli avversari politici e sociali di quel ciclo di lotte, in cambio di qualche ‘posticino caldo’ nelle istituzioni e nel governo: una bastonata micidiale, che ha ancor più tramortito e disorientato la base proletaria e popolare delle sinistre.
A questo punto, sarà quindi lecito porsi, nella forma più crudamente dilemmatica, la seguente domanda: è una sinistra che sbaglia e che fallisce o è uno strumento delle classi dominanti che opera per conto di queste all’interno delle classi subalterne? E ha ancora senso usare il termine di ‘sinistra’ per designare un complesso di posizioni totalmente endosistemiche? Si veda, a titolo di esempio, l’impostazione data dal Pd alla campagna elettorale in corso: impostazione che fa coincidere la rappresentanza politica con una sorta di servizio alla clientela. E infine, non è forse giunto il momento di separare nettamente e drasticamente la ‘sinistra’ (borghese, liberista e proimperialista) dal ‘comunismo’ (proletario, anticapitalista e antimperialista)?
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