Per il “Che”
9 Ottobre 2016
«Signori delegati, Cuba libera e sovrana, senza catene che la leghino a nessuno,
senza stanziamenti stranieri nel suo territorio, senza proconsoli che orientino la sua politica, può parlare a testa alta in questa Assemblea e dimostrare così la validità della frase che la definisce: ‘territorio libero d’America’».
Con queste parole semplici e potenti Ernesto Che Guevara riassunse, davanti alla XIX Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il significato della rivoluzione cubana nello storico discorso da lui pronunciato a New York l’11 dicembre 1964 in qualità di ministro degli Esteri.
Tre anni dopo, quando la morte lo raggiungerà nell’ottobre del 1967 in Bolivia, l’immagine fotografica che sarà allora diffusa avrebbe dovuto attestarne la fine e
sancirne la sconfitta, mentre ne decreterà, con l’alone sacro che evocava,
l’immortalità (esattamente come le immagini, pubblicate qualche tempo fa, che lo
mostrano, più sorpreso che impaurito, circondato dai ranger boliviani armati che di lì a poco lo uccideranno). L’immagine del corpo senza vita del “Che”, steso su un rozzo tavolaccio contadino, è divenuta in tal modo una sorta di “deposizione di Cristo” del ventesimo secolo. La sconfitta stessa ha fatto del “Che” un mito unico, capace di stimolare l’immaginario popolare e giovanile in tutto il mondo.
«Ernesto Guevara ferito, catturato, ucciso. Vivrà a lungo», annotava sul suo diario, in quello stesso torno di tempo, Ranuccio Bianchi Bandinelli, un raffinato intellettuale comunista.
Il “Che” ha infatti simboleggiato la legittimità e la possibilità di ribellarsi in
qualsiasi situazione, anche quando la rivoluzione sembra sconfitta, o forse proprio per questo. Sulla stessa lunghezza d’onda, a distanza di un anno da questo evento e di fronte all’esplosione della contestazione studentesca, dopo essersi domandato da dove derivassero una simile rivolta e il carico di insoddisfazione che in essa si
esprimeva, Luigi Longo, segretario del Partito Comunista Italiano, affermerà
acutamente nel suo intervento alla riunione della direzione del 4 ottobre 1968: «Non c’è solo il problema della libertà. Ci si ribella contro l’impossibilità di ribellarsi contro queste strutture e sovrastrutture oppressive».
Non bisogna mai dimenticare, perciò, che, come nel 1917 era stata la prospettiva di
una rivoluzione mondiale a costituire l’orizzonte di milioni di giovani, negli anni
Sessanta del secolo scorso furono le parole d’ordine del “Che” e la sua coerente e
sfortunata azione a spingere a partecipare a una lotta che si svolgeva ancora in ogni
parte del mondo e che riproponeva il dilemma “socialismo o barbarie”. Quello che
più tardi diventerà uno degli atti di accusa più frequenti contro Guevara, cioè il suo
romanticismo, era alla fine degli anni Sessanta motivo di ammirazione e
idealizzazione, tanto cozzava contro la meschinità e il cinismo che sembravano aver sommerso quasi del tutto (proprio come oggi) l’orizzonte dei valori, dei modelli, dei comportamenti.
Ma il messaggio di impegno personale e di lotta collettiva per la causa dell’emancipazione dei popoli, che il “Che” aveva suggellato con il suo stesso
sacrificio, ebbe un’incidenza che andò molto al di là dell’area di sinistra. Nel mondo cattolico, ad esempio, ebbe una risonanza particolarmente profonda, che traeva origine e impulso dalla morte, in un combattimento di guerriglia, del sacerdote colombiano Camilo Torres. Due giorni dopo la morte del “Che”, gli stessi delegati al III Congresso mondiale per l’apostolato dei laici, riuniti a Roma, alzandosi in piedi per commemorarlo, inverarono così, estendendolo ad un comunista, l’antico monito cristiano secondo cui “sanguis martyrum semen est” (“il sangue dei martiri è semente”).
Eros Barone



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