Plastica, acqua minerale e profitto
28 Settembre 2017
La plastica è un materiale non biodegradabile che sta rovinando l’ecosistema mondiale. La plastica viene adibita infatti a tutti quegli impieghi che potrebbero prevedere una qualche alternativa (dai sacchetti alle bottiglie).
D’altra parte, varrebbe la pena di chiedersi, per passare ad un argomento strettamente connesso a quello in questione, come sia possibile che, nell’epoca della massima sensibilizzazione ecologica, si beva acqua racchiusa in contenitori di plastica.
Osservo soltanto che la vendita dell’acqua in bottiglia, se è comprensibile sul piano del mercato, è semplicemente criminale su quello della sopravvivenza, poiché la privatizzazione dei beni naturali, oltre a rappresentare una delle forme di sfruttamento più odiose che l’economia di mercato abbia introdotto nella, e contro, la vita delle persone, è, come afferma Marx dello “spirito della produzione capitalistica”, del tutto “antitetica alle generazioni che si succedono”.
La constatazione di cui bisogna prendere atto è la seguente: l’acqua, il bene più prezioso, l’elemento che costituisce il 70% del corpo umano, è in gran parte contaminata. In tutto il mondo sono state rinvenute fibre plastiche nell’acqua corrente: lo rivela uno studio condotto da Orbmedia, organizzazione non lucrativa di Washington che ha condiviso in esclusiva con il quotidiano britannico «Guardian» i risultati dell’indagine. Secondo tali risultati, il primato della contaminazione spetta agli USA con fibre che sgorgano dal 94% dei rubinetti; seguono Libano e India; la contaminazione più bassa (si fa per dire) si registra in Europa: 72% dei casi analizzati. Per conoscere le dimensioni davvero inquietanti di questo fenomeno si consulti il sito della suddetta organizzazione
Infine, per chiudere il cerchio di questi ‘minima moralia’ sulla “vita offesa” sotto il giogo dorato del capitalismo contemporaneo, merita di essere ricordata come esempio impressionante della ‘distopia concreta’ posta in atto da questo regime economico, la recente comparsa di un settimo continente, interamente formato da scorie e rifiuti polimerici.
A questo riguardo, visitando il sito Gentletude, si apprende che l’Italia è il primo Paese in Europa e il terzo nel mondo per consumo di acqua in bottiglia dietro Arabia Saudita e Messico. Questi dati inducono ad interrogarsi con preoccupazione, se non sul quoziente intellettivo del popolo del Bel Paese, sull’estrema permeabilità della psiche e del comportamento degli italiani alla propaganda ingannevole ed infantilizzante del capitalismo contemporaneo: impermeabilità testimoniata dalla diffusione capillare non solo dell’uso delle bottiglie di plastica e dell’acqua minerale imbottigliata e venduta a fini di profitto, ma anche dall’invasione totalizzante dei telefoni cellulari e supercellulari che hanno ormai cambiato il panorama antropologico della nostra società, riducendola ad una prigione di specchi in cui i viventi fissano gli specchi nella vana ricerca di segni di vita.
Eppure il Bel Paese, con il suo clima temperato, le sue montagne, i suoi fiumi e i suoi laghi, ha proprio nell’“oro blu” una delle più generose risorse del suo territorio, che lo distingue nettamente dall’Arabia Saudita e dal Messico, paesi caratterizzati da vaste estensioni di territorio desertico. “Pacific Trash Vortex”: così viene chiamata l’isola di plastica, situata nel Nord del Pacifico e scoperta il 3 luglio del 1997 da Charles Moore, un velista americano che dopo una regata alle Hawai, rientrando con il suo catamarano “Arguita”, decise di cambiare rotta rispetto a quella solita. Virò dunque verso nord, verso una zona poco battuta perché soggetta a strane correnti marine e povera di pesce ed ecco che in un tratto di oceano, tra il Giappone e le Hawai, scoprì qualcosa di imprevedibile: un’ immensa isola di rifiuti e detriti.
Questa immensa massa di spazzatura occupa una superficie probabilmente superiore due volte a quella degli Stati Uniti, dal peso di 3,5 milioni di tonnellate, formata all’80% di plastica, la cui quantità è triplicata negli ultimi decenni. È pertanto classificata tra i peggiori disastri ambientali della storia e continua a crescere ad un ritmo che sembra inarrestabile, configurandosi come la più grande discarica del Pianeta.
In quest’area la percentuale di microparticelle di plastica in acqua è almeno 6 volte superiore a quella dello zooplancton. Che dire di questo settimo continente formatosi nell’Oceano Pacifico se non che rappresenta l’inquietante materializzazione di quell’inconscio collettivo che è proprio della civiltà dei consumi? Un’Atlantide, sì, ma di plastica, essenza reificata, cioè tramutata in un oggetto mostruoso, del consumismo più cieco e più nefasto.
A questo punto, in attesa che, dai e dai, la stessa economia di mercato susciti e renda irresistibile, a livello di massa, la volontà di farla finita con il mondo del profitto e di salvaguardare gli equilibri ambientali del nostro Pianeta, forse non basterà a salvare la nostra vita, ma solo a garantire qualche margine in più di sopravvivenza, ciò che fin da subito suggerisce il semplice buon senso, e cioè astenersi dal bere acqua minerale, un bene comune che viene privatizzato, e tornare, con un inestimabile vantaggio per la nostra salute e per le nostre tasche, a bere l’acqua del rubinetto, molto meno costosa e molto meno inquinata grazie anche ai sistemi di depurazione adoperati per renderla potabile: l’ottima acqua comunale che a Genova, città dove io abito, gli abitanti di antica stirpe ligustica chiamano “l’acqua del sindaco”.
Eros Barone



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