Pubblico impiego: perchè non puntare sulla mobilità regionale?
12 Giugno 2007
Egregio Direttore,
non vi è dubbio che ci sono diversi modi di rispondere alle mie provocazioni.
Prenderle sul serio arrabbiandosi, come taluni hanno fatto, o fare come Stefano Rocci e aprire un confronto costruttivo tra la CGIL e i cittadini.
Alla domanda che mi pone “Cosa sarebbe l’Italia senza servizi pubblici (o meglio, senza la Pubblica Amministrazione)?”, non ho una risposta da dare. E’ una risposta impossibile.
Innanzitutto perché la Pubblica Amministrazione, come afferma Rocci, dà lavoro a 3.500.000 cittadini, cioè una media nazionale di 60 lavoratori ogni 1000 occupati. In Lombardia tale proporzione scende a 43 su 1000.
Quindi, senza lo “Stato padrone” avremmo, da una parte, una forte disoccupazione, soprattutto nel centro-sud e, dall’altra la rabbia di alcuni politici i quali non potrebbero più scambiare voti con assunzioni nella PA.
E’ chiaro che questa affermazione è un’assurdità, ma non lo è una seria campagna di legalità condotta da tutti, mondo politico e sindacale, cittadini e scuola, contro il malaffare legato ai servizi pubblici ed al pubblico impiego. Sono convinto che una chiara scelta di questo tipo da parte del sindacato non causerebbe barricate.
E’ altrettanto vero che in molte Regioni, amministrazioni locali e uffici pubblici la ristrutturazione della PA, il blocco dei concorsi, il taglio dei trasferimenti per ragioni di contenimento della spesa, ossia meno spesa pubblica, hanno causato gravi disfunzioni ai cittadini.
Per rimediare a tale problema perché non consentire una mobilità regionale dei dipendenti pubblici ai fini di una maggiore efficienza? Sono convinto, anche in questo caso, che una chiara scelta di questo tipo da parte del sindacato non causerebbe barricate tra i cittadini, soprattutto al nord.
Inoltre, come nel settore privato, dovrebbe vigere anche nella PA il principio che il datore di lavoro (ossia lo Stato) possa licenziare il dipendente pubblico svogliato, incapace e inefficiente. Sono convinto, per la terza volta, che una chiare scelta di questo tipo da parte del sindacato non causerebbe barricate tra i cittadini italiani.
E che dire del precariato che si e diffuso nella PA? Personalmente, posso portare l’esempio di una cara amica che, dopo aver superato un concorso, da sette anni, dico sette, lavora continuativamente con rinnovi di sei mesi in sei mesi. Tutto ciò non è giusto. Ritengo che non ci sia più tempo da perdere per il loro ingresso in pianta organica. Sono convinto, per l’ennesima volta, che una chiara scelta di questo tipo da parte del sindacato non causerebbe barricate tra i precari.
Potrei andare avanti per ore ad elencare esempi di ciò che ciascun cittadino percepisce come assurdo ed insano all’interno della Pubblica Amministrazione. Un “luogo” dove la difesa dello status quo è diventata prassi amministrativa.
Ed è altrettanto vero che, nel senso comune dei cittadini, le responsabilità delle inefficienze sono indiscriminatamente addebitate per primi ai dipendenti pubblici, lavoratori o dirigenti che essi siano, “che non hanno voglia di lavorare”, poi ai sindacati “che li difendono ad oltranza”, ed al Governo “che è troppo debole per recidere le metastasi”.
Sarò sicuramente criticato, anche questa volta, per quello che sto scrivendo, ma siccome ciò che ho scritto è divenuto “luogo comune” nei discorsi tra i cittadini in piazza, al bar, in Sezione, a me non resta, in qualità di politico locale, che dare fiato alle trombe e fare in modo che chi ha responsabilità di decisione incominci, finalmente, a decidere nel senso di guardare più al domani ed al futuro dei giovani. Uno Stato efficiente è uno Stato che cresce. Più uno Stato cresce più ci sarà lavoro vero. Più lavoro vero darà stabilità economica, quindi, più matrimoni e più figli. Più figli equivale a più lavoratori domani e, dunque, a pensioni dignitose per tutti.
Grazie per l’attenzione



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