Referendum, una questione di politica e di coscienza
31 Maggio 2005
Egregio direttore,
E’ talmente insistente la campagna astensionistica che risulta evidente come “qualcuno” abbia paura dei referendum sulla PMA. L’astensione non é solo uno strumento tecnico-politico per far saltare una consultazione: con la campagna astensionistica si vuole cancellare la possibilità di aprire un confronto aperto sulla stessa materia referendaria, si vogliono evitare schieramenti e prese di posizione troppo precise su una materia “delicata” in quanto rimanda a valori etici e morali forti, “delicata” per l’uso politico che si vuole fare di questi valori. Già dopo qualche ora dalla decisione della Corte costituzionale di respingere il referendum abrogativo totale della legge sulla procreazione assistita, il partito di coloro che vorrebbero far fallire i referendum, anche quelli ammessi dalla Consulta, era vasto: non si può votare SI o NO su questa materia dicevano, bisogna tornare in Parlamento dicono, ben sapendo che quando la legge era in Parlamento si é voluto procedere a colpi di SI e NO, ben sapendo che le questioni poste dai quattro referendum sono difficilmente riducibili ad emendamenti della legge.
Si dice che occorre limitare il voto del referendum ad “un voto di coscienza” contro ogni politicizzazione che dividerebbe e lacererebbe i cittadini. Affermare che bisogna votare secondo coscienza è ovvio fino ad essere banale. Se lo si dice e lo si ripete è perché si vuole dire un’altra cosa. Non si vuole un referendum politico e si vuole evitare uno scontro su temi che dalla politica si vorrebbero estromettere e che invece nella politica, proprio grazie ai quesiti referendari, stanno rientrando: la famiglia, la procreazione, la maternità, il ruolo delle donne nella nostra società, i valori della vita, della solidarietà e della compassione, il rapporto con la scienza, l’idea di responsabilità del singolo e della collettività. Questioni che riguardano certamente la coscienza: proprio per questo riguardano la politica. Possono schieramenti politici o partiti scontrarsi alle elezioni, proporre una loro idea di società e quindi di rapporti fra gli uomini e le donne e fra questi e lo Stato senza dire la loro su questi temi?
La legge sulla fecondazione medicalmente assistita possiede un’intima e terribile coerenza: considera il corpo della donna come contenitore e veicolo neutro e inconsapevole, considera la famiglia come tradizione e sicurezza prima che amore e solidarietà, riconosce la maternità e la paternità solo all’interno di questa tradizione e sicurezza. Chi, per scelta o per disgrazia, non ne fa parte, è escluso. Come è escluso dalla compassione e dalla solidarietà della comunità chi, malato, non può neppure affidare le sue speranze ad una ricerca scientifica che pensi di alleviare il suo male. Quel che conta per questa legge è salvare i cosiddetti valori: la famiglia, l’embrione riconosciuto come persona fin dal concepimento, e naturalmente tutto viene posto sotto l’icona di un Dio che – secondo i legislatori – apprezzerebbe il sacrificio della donna e di chiunque abbia avuto la disgrazia di non poter essere curato con gli attuali ritrovati scientifici.
Aver voluto questa legge e difenderla, votando no al referendum o facendolo fallire, è stato ed é un atto politico, é affermare un sistema di valori. Dire di SI al referendum è un atto altrettanto politico. La politica non è solo buona o cattiva amministrazione, non è solo legge finanziaria e ordinamento giudiziario, non è solo Prodi o Berlusconi. Per le donne e gli uomini che vanno a votare non è solo questo, ma anche molto, molto altro. E’ anche tutto quello che i quattro referendum propongono alla discussione. Andare a votare significa scegliere secondo coscienza non una società senza valori, ma altri importanti valori. Non una società senza responsabilità, ma con una responsabilità più ampia e non delegata. Dire SÌ ai quattro quesiti referendari significa confermare un’idea della politica ben più ricca, complessa, difficile e affascinante di quella che taluni “addetti ai lavori” pensano di proporre. Dire SÌ ai quattro quesiti referendari significa portare una battaglia culturale in un sistema politico preoccupato di destabilizzare un sistema di valori e di consuetudini, di scuotere e turbare quelli che si ritengono essere i propri bacini elettorali. E invece talvolta, come accadde per altri referendum, è giusto provocare riflessione e destabilizzare valori che non rispondono più alla realtà sociale e culturale.
I referendum possono essere l’ennesimo caso in cui la politica si rende conto di essere rimasta più indietro della coscienza delle persone, dal che la politica impara e diventa Politica con la P maiuscola. Per questo le forze politiche non possono astenersi dall’esprimere il loro convincimento, per questo i partiti devono esplicitare le loro indicazioni di voto. A chi dice che non si può banalizzare questi temi fra un SÌ ed un NO, a chi teme un voto di emozione o “fondamentalista”, occorre rivolgere l’invito a tenere in maggiore considerazione la capacità delle persone di decidere su temi che riguardano la loro vita, occorre rispettarne la libertà, occorre legiferare non a partire da affermazioni di fede o di dottrina religiosa o di fondamentalismo etico. Occorre smettere di chiudere gli occhi per non vedere l’evoluzione o il cambiamento di una società e dei suoi valori, solo perché questa evoluzione non é gradita. Occorre rinunciare ad imporre i valori di una parte del sistema culturale e politico, parte che spesso legifera non sulla base di valori, ma per convenienza elettorale o per mantenere i legami con chi si ritiene possa influenzare ampi settori sociali. Non si può continuare ad imporre norme costruite a partire da valori religiosi ad una società che liberamente decide i propri riferimenti etici ed esprime il diritto a questa sua libertà ogni volta che ne abbia la possibilità, come é stato nel caso di precedenti consultazioni. Non si possono fare leggi in nome del rispetto della “vita di chi non c’é” e tacere di fronte al sempre maggiore disprezzo per la “vita che vive” intorno a noi.



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