Resistenza: non violiamo la storia, ricordiamo chi ha combattuto
19 Aprile 2005
Egregio direttore,
a pochi giorni dal sessantesimo anniversario della Liberazione, mentre nel nostro territorio non mancano adepti vecchi, nuovi e novissimi del revisionismo e vi è perfino chi, deliberando di celebrare a livello istituzionale i mìliti della Repubblica Sociale Italiana giustiziati dai partigiani, oltre a violare la Costituzione nata dalla Resistenza e ad offendere la memoria dei veri combattenti per la libertà, mostra come lo spazio sociale e ideologico della Padania coincida con quello della ‘repubblichina’, può essere utile riportare una pagina particolarmente illuminante tratta (non dai libri di un Pietro Secchia o di un Giorgio Bocca ma) dalle memorie di un partigiano cattolico che, essendo stato un esponente di primo piano della Democrazia Cristiana e avendo fatto parte di numerosi governi, fu anche un protagonista dell’Italia repubblicana.
La pagina è tratta dalla raccolta delle carte di Paolo Emilio Taviani, Politica a memoria d’uomo, il Mulino, Bologna 2002, ove, fra una mèsse di dati e osservazioni assai interessanti sul periodo che va dalla Resistenza armata contro il nazifascismo sino agli anni Novanta del secolo scorso, è dato riscontrare, a pagina 60, un giudizio sul revisionismo che, nella sua secchezza inesorabile, suona anche come mònito a coloro che si illudono di riciclare i rifiuti recuperati dalla spazzatura della storia:
«Qualche revisionista ha scritto che nella Resistenza non fu impegnato il popolo italiano, bensì una esigua minoranza.
599.060 sottufficiali e soldati e 14.033 ufficiali vennero internati nei lager. Resistettero alle proposte di entrare a far parte dell’Esercito tedesco o di quello repubblichino di Salò. Ridotti spesso a larve umane, resistettero con dignità. 40.000 morirono.
I partigiani combattenti sul territorio nazionale furono 310.000.
I combattenti del Cil (Corpo italiano di liberazione), risorto esercito nazionale, furono 200.000, 20.000 i caduti.
I partigiani caduti in combattimento in Italia furono 44.720, mutilati e invalidi 21.168.
I civili uccisi per rappresaglia 9.980.
Il maggior numero di partigiani caduti si ebbe nel Veneto: 6.006; il maggior numero dei civili massacrati nella Toscana: 4.461.
Fra i resistenti all’estero i caduti furono poco meno di 40.000: 10.260 caduti a Cefalonia e a Corfù (Divisione Acqui); 8.800 nelle isole del Dodecaneso; 2.000 in Albania; 3.300 in Grecia; 14.000 in Montenegro; 3.000 in Jugoslavia.
Non è possibile quantificare la gente che ci proteggeva, sosteneva, aiutava.
È peraltro certo che molti di noi siamo ancora vivi, proprio perché non eravamo minoranza.»



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