Riflessioni sul terrorismo islamico
15 Novembre 2015
«Libertà in cambio di sicurezza, è ovvio: e guerre tutte le volte che ci sarà da dichiararle, e vincerle in fretta. Abituarsi ai morti per terrorismo come ci siamo abituati ai morti del sabato sera, in nome della qualità della vita. “Noi continuiamo a vivere alla grande, non vogliamo sapere quanto costa”.» Così scrive Walter Siti nel terzo capitolo, dedicato al terrorismo islamico, del suo romanzo-saggio “Troppi paradisi” (Einaudi, Torino 2006, pp. 219, 228), in significativa consonanza peraltro con temi, giudizi e toni che caratterizzano la narrativa del suo collega francese Michel Houellebecq. Consideriamo allora, da un lato, in un tranquillo ‘week-end’ parigino lo slancio consumistico della folla degli avventori dei ristoranti, dei frequentatori di un concerto rock e degli appassionati di calcio allo stadio e, dall’altro, l’esplodere delle bombe, il crepitio dei ‘kalashnikov’ e l’odore del sangue diffuso dai terroristi-‘kamikaze’ che irrompono in queste situazioni di vita metropolitana e rovesciano addosso alla folla che le popola, in modo tanto spietato quanto indiscriminato, un carico spaventoso di terrore, di distruzione e di morte. Non vi è dubbio che in questa impressionante dissimmetria sia racchiuso il significato, ad un tempo satanico e catastrofico, dell’eccidio perpetrato a Parigi nella notte del 13 novembre 2015.
Vediamo le reazioni a partire dalla mia. Appresa la notizia del nuovo attentato terroristico che ha colpito la capitale francese, confesso che ho vissuto due opposte reazioni emotive. La prima, tipica dell’uomo occidentale critico verso la propria civiltà perché conscio della decadenza, della volontà di dominio e del demone nichilistico che la abitano. La seconda, propria invece di un individuo integrato nel sistema socio-culturale di appartenenza, propenso, di fronte a tanta barbarie, a giustificare, se non ad invocare, il contrattacco nei confronti di qualunque forza sia portatrice di una minaccia e di un ‘vulnus’ ai valori dell’Occidente. Sennonché l’improvvisa trasformazione di uno spettacolo bello, tranquillo e felice in una spettacolo orrendo, terrificante e atroce, operata dall’irruzione parigina di Gog e Magog in versione jihadista, ci mostra quanto sia fragile e vulnerabile, dal punto di vista antropologico, una civiltà fondata sulla rimozione della morte dal contesto sociale, una civiltà che rischia di collassare se la morte rimossa torna in qualche modo a presentarsi inesorabilmente quale realtà simbolica e dato materiale per effetto della scelta omicida e suicida di chicchessia.
Dal punto di vista politico-militare, occorre poi rilevare che l’evento fondamentale, che si è prodotto l’11 settembre 2001 e che si è riproposto nella catena di attentati del 2015, è il mutamento della natura della guerra, già individuato nel 1999 dai colonnelli cinesi Qiao Liang e Wang Xiang in un testo per molti aspetti profetico, accusato da ambienti americani di fornire le basi teoriche al nuovo terrorismo. In tale testo gli autori sostenevano che «non vi è nulla al mondo, oggi, che non possa diventare un’arma» (cfr. “Guerra senza limiti. L’arte della guerra asimmetrica tra terrorismo e globalizzazione”, a cura del generale Fabio Mini, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2001, p. 59), il che comporta un’estensione senza limiti del concetto stesso di arma, e dunque anche del concetto di guerra. D’altra parte, questa estensione (concettuale e pratica) della guerra che pervade tutti i campi (da quello finanziario e commerciale a quello mediatico e tecnologico) offre ai deboli la possibilità di attaccare i forti, altrimenti invincibili sul campo di battaglia tradizionale. Secondo i due colonnelli, la nuova caratteristica del conflitto è costituita dal fatto che la parte debole cercherà di colpire l’avversario là dove questo non si aspetta di essere attaccato, e il centro dell’assalto sarà sempre un punto atto a provocare il massimo ‘shock’ psicologico, come puntualmente si è verificato nella notte parigina del 13 novembre 2015.
Tornando a svolgere il filo, per così dire, antropologico delle precedenti considerazioni, occorre inoltre sottolineare che i terroristi hanno smesso da tempo di suicidarsi in pura perdita e mettono in gioco la loro stessa morte in modo offensivo ed efficace, seguendo un’intuizione strategica che coglie con esattezza il limite dell’avversario, la sua fragilità e la sua vulnerabilità, nell’esclusione della morte dal proprio orizzonte di vita. Circostanza, questa, che riporta alla mente quel passo famoso della “Fenomenologia dello Spirito” in cui Hegel dimostra che il riconoscimento fra le autocoscienze si basa non sull’amore, ma sul conflitto, in quanto il riconoscimento implica dolore, sofferenza e antagonismo. È nel conflitto che, secondo il filosofo di Stoccarda, l’autocoscienza che, pur di essere riconosciuta, non teme la morte ed è disposta a sacrificare la sua stessa vita diventa il signore dell’autocoscienza che, pur di aver salva la vita, rinuncia al riconoscimento e diventa servo. Si può così constatare che, ancora una volta, il parametro essenziale della lotta per il riconoscimento (e oggi del conflitto fra le civiltà) è l’atteggiamento assunto nei confronti della morte, definita da Hegel con un’espressione potente “il padrone assoluto”. In conclusione, si conferma anche su questo versante delle riflessioni qui sommariamente esposte come la capacità dei terroristi di dare un senso sia strategico sia culturale ai propri gesti omicidi e suicidi risieda nell’esplicita dissacrazione, compiuta da ‘kamikaze’ disposti a sacrificare le loro esistenze, dell’unico valore socialmente celebrato in Occidente: quello di una vita in grado di fingersi eterna. La domanda inquietante che sorge a questo punto è allora la seguente: non è forse vero che contro un terrorista disposto a morire ‘senza se e senza ma’ le nostre difese saltano quasi tutte, essendo organizzate intorno ad un principio fondante che a noi pareva indiscutibile: “se fai questo, muori”? In altre parole, proprio perché la nostra economia, intesa non solo come produzione di beni ma anche come stile di vita, ci ha abituati a sopravvalutare la vita e a occultare la morte, che cosa succederà ora che è proprio su quel punto che veniamo colpiti con paradossale simmetria?
Eros Barone



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