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“Scrivere non è facile!”

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23 Febbraio 2012

“II processo dello scrivere è un fenomeno assai complesso che comporta la pratica simultanea di un certo numero di abilità assai diverse fra di loro, alcune delle quali non vengono mai conseguite pienamente da molti studenti nemmeno nella loro lingua materna».
D.P. Harris.

Gentile Direttore,

l’articolo “In difesa della lingua italiana,” scritto dal prof. Minazzi, su La Prealpina del 23 febbraio 2012 affronta, tra l’altro, la vexata quaestio della difficoltà dello scrivere da parte dei nostri studenti. Già alcuni anni fa il magnifico rettore dell’ateneo bolognese, Ivano Dionigi, per citarne solo uno, ebbe ad affermare: “I giovani che arrivano dalle scuole superiori sono semi-analfabeti, non sanno più scrivere.” Del resto lo stesso Rapporto sull’andamento del tema d’italiano all’esame di Stato elaborato dall’ Invalsi nel 2010 rilevò che nei licei un tema su tre era insufficiente; mentre agli istituti professionali i temi insufficienti diventavano 8 su 10. Il professore Vertecchi esperto internazionale di docimologia disse: “La scuola italiana non appare in grado di contrastare la prevalenza di modelli che il più delle volte si caratterizzano per l’uso di un lessico limitato, di una grammatica povera, di una sintassi sommaria”. Certo ad aggravare la situazione della scrittura nei nostri giorni una parte di responsabilità ce l’hanno l’ innovazione tecnologica e le nuove frontiere della comunicazione elettronica: computer, Internet, cellulari, ecc. che, introducendo nuove forme di scrittura ed un uso massiccio della messaggistica sul cellulare ed un uso rilevante delle email, portano studenti a scrivere in forme contratte al di fuori di regole sintattico-grammaticali; per non parlare del tempo che i giovani passano davanti alla tv, che li porta ad essere una massa di “Guardanti”, se poi si calcola che in Italia il processo di alfabetizzazione (saper, scrivere e parlare italiano) è piuttosto recente e forse nemmeno del tutto completato, il quadro diventa più chiaro. Questi dati disastrosi sui risultati delle prove scritte di maturità devono indurci ad una profonda riflessione su come si insegna a scrivere nella scuola italiana.

Ma fatta questa sintetica premessa d’obbligo c’è da chiedersi: “Questo problema dell’incapacità di scrivere degli studenti, esploso clamorosamente oggi, e rilevato dal prof. Minazzi, è solo un fenomeno contingente o è un problema strutturale che la scuola italiana divenuta di massa, si porta dietro da anni e non ha saputo né affrontare e né risolvere?”

La questione per chi segue il dibattito della didattica dell’italiano è di vecchia data e sa che scrivere non è mai stata una capacità un tempo diffusa ed ora perduta; quindi non si dovrebbe dire, come si fa oggi, che gli studenti, delle superiori “non sanno più scrivere”, ma che non sanno “ancora scrivere", perché la scuola deve ancora perseguire questo obiettivo non facile da conseguire. Chi ha fatto esperienza di correzioni di prove d’italiano scritto agli esami di Stato nei compiti, ha trovato di tutto: incertezze anche gravi nell’uso della lingua, errori logici, ortografici e morfo-sintattici e soprattutto un uso molto incerto delle parole e dei concetti. Quella che preoccupa è la presenza eccessiva di frasi fatte, di luoghi comuni, di ragionamenti superficiali .Tutto ciò ci dice che in tutti i gradi della scuola è ancora necessario insegnare a scrivere, e prima ancora insegnare a ragionare in modo problematico, a porsi interrogativi, a trasformare ciò che si sa o che si legge in discorsi propri. Non basta farlo nelle ore d’italiano: è un problema che riguarda tutte le discipline; e su questo tutte le ricerche e gli studiosi sono concordi. Del resto non è da oggi che gli specialisti si interrogano su queste problematiche. Oltre venticinque fa vari studiosi (Clotilde Pontecorvo, Tullio De Mauro, Raffaele Simone, solo per citare i maggiori ) si sono posti il problema di come la scuola italiana insegna a scrivere. Clotilde Pontecorvo affermava:(…) “Quello che a me interessa mettere in evidenza è per me un grosso problema: come si insegna a scrivere ? Perché la maggior parte della gente ha grandi difficoltà di scrittura? Perché gli stessi intellettuali, quando fanno dei libri collettivamente, tardano tanto a consegnare i testi? Non dipende solo dalla molteplicità degli impegni. E’ perché scrivere è una pena, è una fatica, è un processo complesso di carattere emotivo in cui si devono mettere in atto elaborate procedure di scelta, decidere quello che si vuole dire e quello che si deve tralasciare”. E Raffaele Simone:“La nostra è una scuola della scrittura che non insegna a scrivere. Passiamo il cinquanta, il settanta o forse più del nostro tempo a scrivere e a far scrivere, ma la scrittura non è familiare ai nostri ragazzi, cosi come non lo è a noi. (…) Ciascuno di noi è linguisticamente completo, almeno dovrebbe esserlo, ma nel momento in cui ci mettiamo a scrivere, vero punctum dolens dello sviluppo linguistico, ciascuno di noi preferirebbe cambiar mestiere.” Ma chiediamoci: perché è difficile scrivere? Perché “lo scrivere è il vero Punctum dolens dello sviluppo linguistico? Perché nel momento in cui ci mettiamo a scrivere… ciascuno di noi preferirebbe cambiar mestiere, come afferma R. Simone? Una risposta a questi interrogativi ci può venire dall’acuta analisi formulata R. Valette, che qui di seguito si riproduce: “Delle quattro abilità linguistiche, quella della scrittura può ben a ragione essere considerata la più ‘sofisticata’. Nell’ascoltare e nel leggere, lo studente riceve un messaggio formulato da un’altra persona; il suo ruolo è passivo anche se mentalmente egli sta interpretando ed analizzando quel che ascolta o legge. Nel parlare, lo studente è impegnato nel comunicare le proprie idee ed i propri sentimenti, ma con approssimazioni e spiegazioni; la conversazione comporta un interscambio con un interlocutore. La comunicazione attraverso la parola scritta, d’altro canto, possiede un certo grado di compiutezza e richiede una vera competenza da parte di chi scrive, se deve essere efficace. Molti studenti di università non hanno ancora acquisito padronanza nell’arte dello scrivere nella propria lingua”. Basterebbe, signor Direttore, che tutti gli insegnanti di ogni ordine e grado dalle elementari all’università si rendessero conto che “scrivere non è facile” e che bisogna “educare a scrivere” perché, parafrasando Leonardo da Vinci, “a scrivere si impara scrivendo” e “a parlare parlando.” Ma poi occorrono investimenti, riforme e corsi di aggiornamento e non tagli per la scuola, ma questo è un altro discorso.

Cordialmente

Romolo Vitelli (già docente di storia e filosofia del liceo classico di Varese).

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