“Sì caro presidente, noi a scuola facciamo politica”
10 Marzo 2011
Come tutti i cittadini italiani, i sottoscritti docenti dell’ITCS “E. Tosi” di Busto Arsizio hanno recentemente, e non senza stupore, preso conoscenza delle dichiarazioni rese dal Presidente del Consiglio dei Ministri onorevole Silvio Berlusconi circa la Scuola di Stato e i suoi insegnanti.
Non possono nascondere il fatto che essi si sentano umiliati e offesi dalle parole del Presidente del Consiglio ed ancor più dal commento del ministro Gelmini inteso a difendere le dichiarazioni dell’onorevole Berlusconi.
Reputano doveroso difendere il loro diritto di avere voce e rappresentanza per rivendicare la serietà della Scuola statale – per eccellenza “pubblica” – e di affermare l’impegno e la passione con cui operano ed hanno sempre operato, senza mai fare pressioni ideologiche sugli studenti (come qualcuno vuole strumentalmente far credere).
Riconoscono che sia legittimo esprimere la propria opinione, ma non possono accettare che sia proprio il Presidente del Consiglio della Repubblica ad attaccare, in modo qualunquista ed acritico, l’istituzione scolastica statale.
Le “affinità” di cui i docenti vanno fieri sono non certo politiche e ideologiche, bensì etiche. Infatti, ciò che i docenti si sforzano di insegnare nella Scuola pubblica italiana è la capacità di esprimere le sfumature di pensiero, tutte sacrosante, tutte legittime, tutte da capire e rispettare (di più: da rispettare anche in caso non le si capiscano), di superare le divergenze, di andare oltre la barriera delle individuali convinzioni e di affrontare nel dibattito coloro i quali non sono d’accordo con noi, attraverso una critica costruttiva, mai strumentale ad alcuna ideologia.
Se l’accusa è di eccessiva “politicizzazione” nella pratica dell’insegnamento, non vorremmo si confondesse col “far politica” la costante e continua sensibilizzazione degli alunni, da parte dei loro insegnanti, alle ragioni dell’interesse generale e del bene comune.
O, per meglio dire, se “far politica” è inteso come educare costantemente i giovani a valori antichi (oggi da molti ritenuti scarsamente “produttivi” …) come l’onestà, il tener fede alla parola data, il tener alto il senso della dignità personale di uomini e donne; se “far politica” è inteso come educare alla solidarietà con gli altri, con i diversi, con i non privilegiati; se “far politica” è inteso, insomma, come educare ai valori della Costituzione repubblicana… ebbene, allora sì, noi docenti – in questo senso (ma solo in questo senso) – facciamo politica. Perché nella collettività (e più di altri il Capo del governo se lo dovrebbe ricordare…) mai l’interesse personale può venire prima di quello pubblico.
Nulla può funzionare nel privato, se non funziona la pólis. Se lo ricordi, onorevole Berlusconi!
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Le firme dei professori:



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