Tra bufalo e locomotiva
2 Marzo 2011
Caro Direttore,
sono davvero lieto della discussione innescata dalla mia testimonianza e – oltre all’amico Enzo Laforgia – mi ha particolarmente colpito la lettera di Michele Graglia, che mi pare aver centrato perfettamente il problema.
Il problema che ho posto, infatti, non aveva più di tanto a che vedere con le usuali ovvietà – più o meno da bar – che si dicono, e sono state dette a tratti nei commenti, sulla qualità della scuola pubblica o di quella privata (e che, essendo ovvietà, quasi sempre sono vere: anche se francamente fa un po’ impressione vedere un accanito sostenitore della scuola privata e detrattore della qualità di quella pubblica scrivere "qualc’uno" (!)).
Così come non aveva niente a che fare con la mia storia politica: che ho introdotto solo per sottolineare la dissonanza apparente del mio incontro con Baroncini ma che naturalmente qualche povero di spirito ha utilizzato per deviare dall’argomento o per sparare insulti al limite della diffamazione.
Né, in fondo, aveva a che vedere con la "fortuna" – straordinaria, lo riconosco – che abbiamo avuto io, Michele, Giulio, Pierenrico, Isabella, Ombretta e altri che hanno commentato la mia lettera.
La mia lettera – che nasce certamente dalla persuasione che la scuola pubblica e la sua qualità siano da un lato molto spesso un fatto (come al Cairoli, anche oggi) e, comunque, un diritto da difendere – aveva però più a che fare con il tema "filosofico" della libertà nella formazione degli individui.
Con la metafora di De Gregori: "La locomotiva ha la strada segnata. Il bufalo può scartare di lato e cadere". Il tema è esattamente questo, se non diamo al verbo "cadere" un significato necessariamente negativo. Io – nel mio incontro con la scuola pubblica – ho avuto la possibilità di "scartare di lato", di deviare liberamente dalla strada ferrata di un’educazione precostituita, di incontrare insegnanti – e compagni – con idee molto differenti dalle mie. Che peraltro nessuno ha cercato di impormi.
Quel che è emerso con evidenza straordinaria e bella nel dibattito è che io, Michele, Giulio, Pierenrico, Isabella, Ombretta e gli altri – questa sorta di "famiglia allargata" – eravamo e siamo rimasti differenti, pur avendo avuto gli stessi maestri. Come ben rileva Pierenrico, siamo stati segnati dal comun denominatore di un metodo, di una disposizione alla lettura del mondo: non dalla sua interpretazione prefabbricata.
E questo è l’esatto contrario dell’agghiacciante verbo "inculcare" che – sul piano etimologico – significa letteralmente "introdurre a forza".
Se io, Michele, Giulio, Pierenrico, Isabella, Ombretta e gli altri avessimo frequentato scuole conformi, volte al garantire la ferrea prosecuzione del DNA culturale dei nostri padri, forse – probabilmente, anzi – il risultato sarebbe stato lo stesso, saremmo comunque quel che siamo. Ma contemporaneamente non lo saremmo, e non sembri un paradosso: avremmo certo le nostre idee, ma come frutti di quella che Gaber chiamava una malata libertà obbligatoria. Senza aver assaporato, per cinque anni, il gusto di quella vera, quella che genera la conoscenza dalla differenza e dall’incontro con essa.



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