Un rottame della ‘ideologia italiana’: Giovanni Papini
18 Luglio 2005
Egregio direttore,
se si tiene conto dello spazio crescente che la crisi economica, politica, ideale e morale della società italiana apre alle tendenze culturalmente più regressive, non meraviglia che vi possa essere chi, come il signor Giovanni Di Biase, scioglie un peana a Giovanni Papini, definito come “autodidatta di grande cultura, spirito ‘puro’ degli inizi del XX secolo, che in età matura finì col dedicare al duce il primo volume della sua ‘Storia della letteratura italiana’ e che per questo entrò a far parte dell’Accademia d’Italia”.
In realtà, come dimostra lo stesso articolo citato dal suo nostalgico rivalutatore, tratto dalla rivista “Il Leonardo” dell’agosto 1906 e ispirato proprio a quel volontarismo superomistico da quattro soldi che condurrà questo modesto orecchiante della cultura nelle file del fascismo (il quale ricompenserà i suoi servigi con la feluca e con la prebenda di accademico), Papini è stato, assieme al suo sodale Prezzolini, il prototipo di quei ‘mezzi intellettuali’ del primo Novecento, che partirono incendiari e si ritrovarono pompieri, perché, dopo aver miscelato le più disparate suggestioni filosofiche e letterarie (dal pessimismo di Schopenhauer alla teosofia e al buddhismo, dalle dottrine di Sorel al futurismo e al pragmatismo), rivelarono la loro vera natura di nipotini della Controriforma cattolica e di mezzani di un regime, quale fu il fascismo, autoritario e populistico, antiproletario e antisocialista: esteriormente sovversivi ma interiormente reazionari, formalmente anticonformisti ma sostanzialmente conformisti, si comportarono, per evocare l’insuperabile epitaffio che ne dettò Gramsci, come “un gruppo di scolaretti che sono scappati da un collegio di gesuiti, hanno fatto un po’ di baccano nel bosco vicino e sono stati ricondotti sotto la ferula dalla guardia campestre”.
Qualificare come ‘nuovi spiriti’ figure vecchie come il cucco, ectoplasmi della reazione piccolo-borghese primonovecentesca che prepararono il terreno di coltura su cui attecchì e prosperò la variante più perversa dell’“ideologia italiana”, quella individualista, anarcoide, nazionalista, clericale e fascista, sa veramente di cimitero e può interessare, a parte gli storici della letteratura, soltanto chi confonde i culi di bottiglia con i diamanti. Perché bisogna pur dire che, sotto gli orpelli sgargianti e pseudo-eretici di cui si ammanta, la ‘forma mentis’ di Papini è molto vicina al senso comune e ad un senso comune abbastanza piatto, banale, da ‘uomo qualunque’, ad un tempo furbesco e untuoso.
Pertanto, se si è alla ricerca di figure esemplari capaci di esprimere “i migliori sentimenti e le migliori intenzioni della gente comune”, conviene guardare in tutt’altre direzioni. Si scopriranno allora figure in cui l’altezza dell’intelligenza è pari alla nobiltà dell’animo, figure che, come Emilio Lussu, autore di quel testo straordinario sulla guerra e contro la guerra che è “Un anno sull’altipiano”, e come Gaetano Salvemini e Antonio Gramsci nel campo della saggistica politico-sociale e storico-filosofica, possono essere considerate come autentici interpreti e combattivi iniziatori di quella riforma intellettuale e morale che oggi è sentita dalle coscienze più avvertite come un’esigenza primaria dei tempi difficili in cui viviamo.
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Mi permetto di dissentire. Giovanni Papini pur con tutte le sue contraddizioni, ha certamente contribuito a sprovincializzare l’ambiente culturale italiano, agli inizi del Novecento. Sue opere come ad esempio Chiudiamo le scuole si dimostrano ancora oggi estremamente attuali per l’analisi dei mali che affliggono la società italiana. E’ una figura poliedrica, certamente contraddittoria, che è passata dal filo-interventismo alla condanna assoluta della guerra, dall’ateismo più intransigente al cattolicesimo più convinto. Questi, a mio modo di vedere, non sono difetti, ma la manifestazione di una continua metamorfosi, di un continuo mettersi in discussione come autore. Certo, in Papini è sempre presente una vena provocatoria, polemica, che a volte enfatizza le espressioni in modo paradossale e volutamente disturbante, ma tutto ciò è forse frutto di una sensibilità e di una partecipazione emotiva veramente impressionanti, come testimoniato nella poesia C’è un canto dentro di me.
Giulio Andreetta