Ottavia Piccolo tra impegno e furor poetico

L'eclettica attrice che ha chiuso le serate di inaugurazione del Teatro del Popolo si racconta a VareseNews

Ottavia Piccolo ha illuminato la scena del rinnovato Teatro del Popolo per la chiusura della quattro giorni di inaugurazioni voluta dall’amministrazione comunale e dalla Fondazione Culturale 1860 Gallarate Città. L’attrice bolzanina, nata nel 1949, è sulle scene da quando ha undici anni. Ha conosciuto e lavorato con tutti i più grandi registi del panorama italiano. A Gallarate ha portato un’opera particolare, “Il Gran Teatro del Mondo”, un monologo che ha rivisitato la figura dell’attore attraverso la voce dei grandi del passato, passando per la storia locale fatta di industria e vita vissuta. Ecco l’intervista con l’attrice poche ore prima che entrasse in scena.

Non è la prima volta che viene a Gallarate, ma oggi l’occasione è speciale: si inaugura la riapertura dello storico Teatro del Popolo.

Quando si riapre un teatro è sempre una grande gioia per me; nella mia lunga vita artistica ho avuto modo di sperimentare tutte le fasi della storia teatrale in Italia, da quando i teatri venivano chiusi per lasciare spazio ai supermercati, fino a quando negli anni Sessanta vi è stata una nuova inversione di tendenza, nel segno della ristrutturazione. Da allora molti storici palcoscenici vennero recuperati, mentre gli Ottanta hanno visto la riconversione dei cinema in teatri, atteggiamento che prosegue ai giorni d’oggi: di cinema ne sono rimasti pochissimi, la prassi generale è quella di creare orrendi multisala, che aprono a un altro modo di fruire il cinema. Soprattutto nelle piccole città il teatro resta un punto di riferimento importante, un luogo di aggregazione e di socialità. Nello specifico, sono rimasta molto ben impressionata da questo piccolo teatro che, nonostante le dimensioni ha un palcoscenico molto profondo, adatto a qualsiasi tipo di rappresentazione, non solo alla forma del monologo.

Questo è un teatro a forte connotazione operaia e proletaria. Pensa che oggi sia ancora possibile proporre un’arte popolare?

Il teatro è da sempre la forma artistica più immediata e popolare, è fatta di persone e di corpi, assume moltissime forme e per questo è in grado di parlare a ogni tipo di pubblico. Certo, non si parla del pubblico di massa, del pubblico passivo e assuefatto alla televisione, ma allora nemmeno la letteratura, il cinema o certa musica raggiungono quel tipo di pubblico. In ogni caso, ciò che uno spettacolo dal vivo è in grado di suscitare, che si tratti del teatro tradizionale, di parola che io stessa rappresento, o si tratti di teatro sperimentale, è sempre un’emozione unica.

Ha iniziato la carriera da bambina, con il ruolo della piccola sordo-cieca di “Anna dei miracoli”. Come ha capito che questo sarebbe stato il suo destino?

Ho scoperto la recitazione per caso. Fu mia madre che allora non aveva mai visto un teatro, ma che da sempre ne era affascinata, a portarmi al provino per “Anna dei miracoli”. All’inizio vivevo tutto come un gioco, pensavo che mi sarei messa a studiare in seguito; ma ebbi la fortuna di incontrare il grande Teatro delle Compagnie Primarie, quello di Morelli e di Stoppa, e ho preferito continuare a imparare il mestiere “a bottega”. Tra l’altro bisogna considerare che il teatro italiano è da sempre un teatro fondamentalmente girovago (ci sono tantissimi palcoscenici in Italia, soprattutto in Emilia Romagna e nelle Marche), perciò il lavoro sarebbe spesso stato incompatibile con la frequenza a scuola.

“Il Gran Teatro del Mondo” è il titolo del monologo che ha preparato appositamente per questa serata. Che tipo di testo è?

Vuole essere una sorta di chiacchierata sulla mia esperienza nei vari teatri d’Italia, e una riflessione sulla funzione dell’attore attraverso le parole dei grandi. Leggerò alcuni ricordi di Gustavo Modena, grande attore e patriota; un brano del Teatro dell’obbligo di Karl Valentin nella versione di Paolo Rossi; i passi di metateatro dell’Amleto e dell’Enrico V di Shakespeare e i pirandelliani Sei personaggi in cerca d’autore.

Oltre al teatro ha fatto cinema con Visconti, Pietro Germi, Mauro Bolognini. Quale delle due forme d’arte preferisce?

Diciamo che ho fatto molto più teatro; per una donna sopra i cinquant’anni, soprattutto nel ristrettissimo mercato italiano, non è per nulla facile lavorare. Non c’è spazio, spesso il cinema è composto di piccoli clan, in cui lavorano sempre le stesse persone. Hanno un bel lamentarsi le grandi attrici americane come Meryl Streep o Glenn Close per le difficoltà che incontrano in un paese dove si producono 400 film all’anno: cosa dovremmo dire in Italia, dove di film se ne fanno 30/40 al massimo e nelle sale ne escono solo sette? Il teatro offre molte più possibilità, e soprattutto oggi che, dopo tanti anni di lavoro, ho il privilegio di poter scegliere io in che cosa cimentarmi, posso dire che mi dà molte più soddisfazioni.

Non solo attrice: è noto il suo impegno sul fronte sociale. Pensa che oggi siamo di fronte a una regressione in fatto di diritti e dignità delle donne?

Oggi stiamo assistendo a una serie di attacchi a diritti che sembravano acquisiti e che invece vanno ogni volta ricontrattati. Ma questo non per colpa delle donne. I problemi si sono complicati, il mondo del lavoro è allo sfascio e questo penalizza soprattutto le lavoratrici; abbiamo una legge sulla fecondazione assistita che è scandalosa. Anche per quanto riguarda le quote rosa, sono sempre stata contraria, ma ci troviamo nella situazione di doverle adottare per forza! La grandiosa manifestazione di “Usciamo dal silenzio” ha dimostrato comunque che le donne hanno molta voglia di ridiscutere il loro ruolo, di uscire allo scoperto; come scrive la mia amica Clara Sereni, “le donne sono un fiume carsico”. Il problema della deriva femminista è che negli anni il movimento si è ripiegato su di sè, non è più stato capace di parlare alle donne e alla società di oggi. Non ha senso tra l’altro fare la guerra agli uomini, perché è importante che capiscano che i nostri diritti sono anche i loro.

Anche il suo teatro è spesso un teatro politico, o “civile”…

Il teatro civile è l’unica forma espressiva che ci fa essere nel mondo oggi. Mi sono spesso occupata di fare un teatro politicamente impegnato; ho elaborato un testo sulla mafia, uno sui desaparecidos, un lavoro su Frida Kahlo, uno sul conflitto Israelo-palestinese (Terra di latte e miele); presto mi cimenterò con una bellissima pièce di Stefano Massimi sulla Shoah, dal titolo Processo a Dio. Devo dire che mi diverto a fare le cose che amo, in cui credo. Il teatro è vivo, pieno di cose belle da vedere. C’è e ci sarà sempre. Almeno finchè ci sarà qualcuno che salirà su un palcoscenico e un altro che lo saprà ascoltare….

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 20 marzo 2006
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