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Pacifisti a parole, guerrafondai nei fatti

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25 settembre 2011

Egregio direttore,
puntuale come la morte, anche quest’anno si è svolta, con il concorso del ‘popolo dell’asinistra’ in felice simbiosi con vecchi e giovani oratoriani, nonché preti e frati pacifisti, quella rituale processione che è la ‘marcia della pace’ Perugia-Assisi. L’unico aspetto degno di nota per i mass media e, probabilmente, anche per gli stessi organizzatori è stata la richiesta della liberazione di Francesco Azzarà, l’operatore di “Emergency” rapito nel Darfur.
Tuttavia, è veramente difficile non reprimere un moto di ripulsa di fronte ad un simile spettacolo di servilismo, ipocrisia e irresponsabilità. Non avrei mai espresso un giudizio così duro se una manifestazione come questa, in precedenza forse inutile ma non dannosa, non risultasse ora, dopo la sporca guerra contro la Libia, contro la quale non una sola parola di denuncia è stata pronunciata da questi pacifisti con l’elmetto, dopo la morte di migliaia di persone di quel Paese sottoposte ininterrottamente per otto mesi ai bombardamenti della Nato, dopo la distruzione delle sue strutture civili e militari e dopo l’occupazione del suo territorio, non più inutile ma totalmente dannosa.
Del che è facile rendersi conto se si considera che quella manifestazione ‘pacifista-e-non-violenta’ non solo legittima, con il suo silenzio e la sua complicità, la violenza guerrafondaia e neocolonialista della Nato, ma spalma altresì lo scettro di ferro dell’imperialismo con la ‘pappa del cuore’ di slogan mistificanti del tipo “la pace ci piace” e “un altro mondo è possibile, costruiamolo insieme”. Del resto, è ormai palese che la verità che simili pacifisti debbono obliterare, la presa di coscienza che debbono inibire (data la loro attuale funzione) è la seguente: fin quando esiste il capitale, non c’è pace che sia desiderabile e non c’è guerra che non sia atroce. 

Spartacus

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