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Turchia frontiera d’Europa

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7 aprile 2009

La Turchia non è il Messico. E il rapporto con l’Islam e con il grande universo musulmano non è affare da colloqui bilaterali, o da Uffici di controllo degli immigrati. Tanto meno protocollo riservato alla formale competenza solo di alcuni Paesi, seppure direttamente o indirettamente coinvolti con la richiesta di Ankara di entrare a far parte dell’Unione Europea.
 
La Turchia , anche solo per rispetto alla scelta laica fatta a suo tempo da Kemal Ataturk, il padre dello Stato moderno e della cosiddetta Porta d’Oriente, non può essere lasciata alla deriva della marea integralista e fondamentalista. Men che meno alle sabbie mobili di un terrorismo mai domo e sempre più minaccioso, soprattutto lungo le familiari frontiere della vicina Europa.
 
Ancorare Ankara al Vecchio Continente, oltre che necessario a un processo vitale di integrazione con un Paese di oltre 75 milioni di abitanti, è segno di saggezza e di lungimiranza politica. Nonché di impegno responsabile ad esercitare una sorta di comune sovranità su questa “porta” così unica e così nevralgica.
 
Soffermandosi a guardare il dito, mentre la mano indica la luna (mezza) e la stella su drappo rosso, Francia e Germania frenano. Perché, si dice, temono un grande afflusso di cittadini turchi nei loro Paesi. Non credo sia questo il vero motivo o, almeno, non quello sostanziale. Quasi tutte le altre integrazioni hanno presentato sempre problemi analoghi.
 
Le resistenze di Sarkozy e Angela Merkel sono alimentate piuttosto dall’inevitabile rinnovamento di equilibri, in seno all’Unione, conseguenti  all’arrivo di un Paese di tali dimensioni e di altrettanta importanza strategica. Così come dai consistenti interessi economici, industriali e finanziari di interi assetti produttivi dei due Paesi europei in Turchia. E soprattutto dal differenziale di un sistema che produce a costi turchi e vende a prezzi europei.
 
Basti pensare ai soli comparti turistico, automobilistico o tessile, ai marchi più importanti che li caratterizzano e a cosa potrebbe voler dire, per i loro bilanci, per i loro utili e per le relative attività di seppur lecita speculazione, immaginare la graduale sostituzione della debolissima lira turca con la forza incontrastata dell’euro.
 
Barack Obama continua a ribadirlo: “Lavoriamo insieme e ognuno faccia la sua parte. Lo scenario Medio Orientale, comprese le minacce, è cosa che interessa tutti, in particolare l’Europa prima ancora degli Usa”. E poi: “Obama presidente non basta, ad esempio, per non perdere la sfida Afghanistan. Su quel fronte europei e americani saranno chiamati a condividere la costruzione di una credibile ed efficace exit strategy ”. Pertanto è evidente che il pezzo Turchia, sullo scacchiere internazionale, diventa vitale. Esso va difeso, valorizzato e non regalato all’avversario.
 
Da amico della Turchia e dell’Unione Europea eserciterà tutto il peso riconosciuto al Presidente degli Stati Uniti d’America, per sostenere l’ingresso di Ankara in Europa. Una forte moral suasion. Anche se gli sarebbe piaciuto, invece, usare le parole più incisive di Orhan Pamuk, il premio Nobel turco autore di Istanbul : “Se l’Europa è basata sui criteri del Rinascimento, e la Francia sui principi di liberté, egalité e fraternité, la Turchia non può che trovare qui il suo posto”.
Antonio V. Gelormini

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