La rinascita del calzaturiero passa per Varese
Un protocollo d’intesa tra Ministero e operatori promette formazione per un settore che vede anche nel Varesotto una possibilità di crescita. Artioli: ci servono figure capaci di “fare prodotto”
Investire nella formazione per far ripartire il made in Italy e vincere la concorrenza straniera. Una battaglia che si combatte nei settori esposti al rischio “concorrenza” con l’estero; ad oggi, praticamente tutti. Ma se ultimamente è il tessile a riempire le cronache economiche dei giornali, questa volta è il calzaturiero che chiede interventi in grado di proteggere la capacità di innovare il prodotto, ma anche, come in provincia di Varese, ricreare una vocazione che fu d’altri tempi. Il 16 marzo scorso Vito Artioli, vice presidente dell’Anci, l’assoziazione nazionale calzaturifici, si è recato a Roma per firmare col ministro Moratti, gli industriali e i sindacati un protocollo d’intesa triennale sulla formazione del settore delle scarpe.
Il protocollo prevede lo stanziamento di risorse da dedicare al sistema scuola per orientare i giovani verso il settore calzaturiero, ma anche per la creazione, presso i centri di formazione professionale esistenti sul territorio, di figure capaci di far trionfare il made in italy con le stringhe.
«E’ un progetto su cui stavamo lavorando da 6 anni e che finalmente vede la luce – ha spiegato Vito Artioli, titolare dell’omonima ditta, che produce calzature da 60 anni – . Crediamo sia importante puntare tutte le risorse sulla formazione, ma anche sull’orientamento di molti giovani che già a partire dalla scuola possano rendersi conto che un settore che dà occupazione ce l’hanno sotto casa».
Varese non è, come provincia a sè stante, un distretto calzaturiero a tutti gli effetti, comparabile col tessile. Ma, assieme alle altre aree a vocazione calzaturiera, come Pavia, l’hinterland milanese, la Brianza, e Como rappresenta un importante distretto regionale della calzatura: dimostrazione di questo il fatto che la Lombardia, assieme a Marche, Emilia Romagna, Veneto e Puglia, sono regioni firmatarie del protocollo.
Ma a Varese qual è la situazione?
«Varese è una provincia che in parte ha perso la vocazione al calzaturiero – spiega Artioli (nella foto). Sono presenti alcune aziende, localizzate nel sud, ma rappresenta più che altro un trait d’union con l’importante tessuto imprenditoriale che esiste alle porte di Milano. Abbiamo avuto in passato strutture che formavano i giovani. Fino a due anni fa esisteva una specializzazione presso la facoltà di ingegneria della Liuc di Castellanza che formava personale ad altissimo livello per il settore calzaturiero. Oggi esistono due strutture di formazione, a Rho e a Legnano sulle quali è necessario puntare. Ma anche per la provincia di Varese stiamo pensando alla rinascita di una scuola di formazione che punti sulla vocazione calzaturiera».
La formazione non è tuttavia la sola ricetta per salvaguardare un settore in crisi, come avviene per altri del comparto manifatturiero. Artioli apprezza le iniziative in atto per la protezione dei mercati italiani, anche grazie all’introduzione di dazi. «Esporto quasi il 100 per cento della mia produzione all’estero: Usa, Russia, Canada, Messico, Ue – conclude Artioli. Pensi che per esportare in Giappone occorre avere delle “quote” di merci da esportare e in più si pagano dei dazi. Cosa aspettiamo a introdurre queste misure anche nel nostro mercato?».
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