Finanziamento ai partiti, una questione di democrazia
Leggevo su La Provincia di Varese del 31 dicembre un’intervista ad Andrea Parini, definito avvocato comasco che ha vissuto in prima persona la vicenda di Tangentopoli. L’intervistato era stato segretario regionale del PSI, successivamente passato ai DS diventando segretario provinciale a Como, e l’intervista verteva sulla cosiddetta “Bancopoli”. Vi si fanno osservazioni interessanti, tra cui in particolare l’affermazione che “il vero nodo è il finanziamento ai partiti: se non sarà risolto avremo sempre corruzione e intrecci poco limpidi”.
Mi pare vero, e ho cercato di fare mente locale, per vedere da quanto e come questo problema si presenti e come ne sia stata impostata la soluzione.
E’ stato significativo leggere un’intervista di Stefano Rodotà (professore universitario di diritto, per molte legislature deputato della sinistra, presidente della autorità per la privacy) al Messaggero del gennaio 1997 in cui diceva che “attraverso forme illegittime di finanziamento dei partiti si realizza infatti un’alterazione del processo democratico, quindi qualcosa di molto grave, che dovrebbe essere perseguito adeguatamente. Rubare per il partito è più grave che rubare per se stessi. Se io rubo per me sono un mascalzone e basta: Ma se rubo per il partito altero il gioco democratico”. L’accenno alla adeguatezza delle pene significava che irregolarità nel finanziamento dei partiti dovessero essere perseguite penalmente.
Ed è anche illuminante la presentazione in Parlamento da parte del deputato Vittorio (Bobo) Craxi nell’agosto del 2003 di una proposta di legge per l’istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta su Tangentopoli, commissione già a suo tempo richiesta in Parlamento da suo padre Bettino nel 1992 senza che se ne facesse nulla. In questa presentazione si accenna, in relazione alla richiesta indagine sul finanziamento illecito dei partiti, a “episodi di falso in comunicazioni sociali, corruzione e concussione tra ufficiali e titolari di imprese a partire dal 1974, anno di nascita della legge sul finanziamento pubblico dei Partiti, fino ai giorni nostri; cause del fenomeno degli illeciti arricchimenti connessi al rapporto fra il sistema dei Partiti ed il sistema economico finanziario; ragioni di eventuali incompletezza o lacune nell’azione dei magistrati e degli organi ausiliari; eventuali lesioni del principio di concorrenza nell’aggiudicazione di lavori o concessioni di servizi; esistenze, contenuto e veridicità de bilanci e dello stato patrimoniale dei Partiti e indicazione del grado di rispettivo indebitamento”. C’è di tutto, è proprio il nocciolo della questione.
E prima del 1974 (più di trent’anni fa) cosa avveniva? Non c’era il finanziamento pubblico, ma certo c’erano pur problemi di finanziamento. Deve essere stato un bisogno che è cresciuto nel tempo, con il crescere del tenore di vita e con il progressivo trasformarsi della politica da vocazione in professione. La concorrenza elettorale si fa sentire, e l’opera di convincimento degli elettori richiede sforzi anche economici. Sono problemi simili a quelli delle aziende: i partiti vendono fiducia e aspettative (non necessariamente idee) per acquisire voti. Una grande opera di marketing, che costa. Tra le entrate ci sono le quote dei tesserati. Ci sono i proventi dalle vendite di gadgets e di partecipazioni a feste e kermesse. Ci sono quote dei compensi per incarichi pubblici che i nominati girano ai partiti che li hanno fatti nominare. Bisogna aumentare gli introiti. Contributi di cittadini simpatizzanti. Contributi di enti e persone che, però, si attendono un ritorno amministrativo o politico, dichiarato o meno. La correttezza politica è qui sul filo del rasoio, direi che non sia accettabile. Contributi di stati esteri che simpatizzano con certe linee politiche. Peggio che mai. Poi vi sono i ricchi, che spendono del loro. Berlusconi è certo uno di questi. Egli ha infatti recentemente dichiarato che la politica, lungi dall’arricchire sé o le sue imprese, gli è costata. Può essere; saremmo allora di fronte a discriminazioni dovute al censo (i ricchi possono fare politica meglio dei poveri) democraticamente negative. Tuttavia chi ha potere politico legislativo ed esecutivo ed ha interessi di impresa, è in potenziale conflitto di interessi nel legiferare e nel governare. Queste considerazioni possono riferirsi a ogni tipo di impresa, televisiva, editoriale, della grande distribuzione, delle assicurazioni, della finanza. Se la mia possibilità di fare politica dipende dal buon andamento commerciale di alcune imprese da cui (sia pur legittimamente) ricavo benefici, sarò certamente indotto a non danneggiarle con norme, anche se nel pubblico interesse, e semmai a favorirle anche contro il pubblico interesse.
Abbiamo detto che si tratta di un problema simile a quello che fronteggiano le aziende: fare quadrare i conti. Si cerca di aumentare i ricavi. Ma bisogna anche cercare di ridurre i costi. E definire la propria missione. Mi pare sia il nocciolo del problema, ma non se ne parla, né si agisce abbastanza. I segretari e gli apparati dei partiti si destreggiano, penso nelle usuali maniere, ma il nocciolo del problema non viene affrontato né risolto.
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