Eredità senza eredi al Comune di residenza anziché allo Stato
È la proposta presentata in Parlamento da Paolo Rossi con un disegno di legge
Nel disegno di legge che Paolo Rossi ha depositato in Parlamento insieme ai colleghi Simonetta Rubinato ed Enzo Bianco viene proposta una modifica al codice civile (artt. 565 e 586) affinché le eredità, in assenza di testamento del defunto e di parenti entro il 6º grado, vengano devolute al Comune di residenza, invece che allo Stato, come accade ora.
«Si tratta di una proposta che intende valorizzare le istituzioni e le comunità più vicine ai cittadini» – spiega Rossi – «In assenza di parenti o eredi designati, infatti, è giusto che le comunità locali siano beneficiarie dei beni resi disponibili. Inoltre il Comune è senz’altro un amministratore più consapevole di un bene locale di quanto non possa esserlo lo Stato. Viste oltretutto le ristrettezze in cui versano i Comuni italiani, specie quelli piccoli, non vedo perché le “eredità senza eredi” debbano continuare ad andare allo Stato».
Se passerà tale proposta, dunque, i Comuni avranno una fonte in più di acquisizione di risorse, per quanto minima.
«Il nostro codice civile, che è del 1942, fa ancora riferimento ad un’architettura costituzionale ben diversa da quella accolta poi con la Costituzione del 1948. Secondo quell’impostazione Stato-centrica, affatto mirata a valorizzare le autonomie territoriali, poteva apparire coerente prevedere che, in assenza di altri successori, lo Stato fosse destinatario dell’eredità» – spiega Rossi – «Dopo la riforma costituzionale del 2001, che segna un ulteriore passo in avanti nella valorizzazione dei livelli territoriali più vicini ai cittadini, tale disposizione risulta del tutto inaccettabile».
Tale disegno di legge indica con chiarezza l’obiettivo di tradurre in misure concrete il principio costituzionale di pari dignità istituzionale degli enti locali rispetto allo Stato.
Il disegno di legge n. 775 è stato depositato in Senato il 10 luglio scorso. Cofirmatario è Enzo Bianco, presidente della Commissione Affari Costituzionali. L’autorevolezza della sua carica istituzionale e il sostegno ottenuto finora da dieci senatori fanno ben sperare nella rapidità dell’iter di approvazione della proposta.
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