TexPrint, la cassa integrazione c’è ma non si vede
Trentaquattro operai, in cassa integrazione da nove mesi, in molti casi non hanno ancora visto il becco di un quattrino: sindacati, proprietà e Univa ai ferri corti
Il dramma di una ditta tessile che chiude dopo cinquantatre anni di onorato servizio si tramuta in pochi mesi in una vicrenda dai contorni incerti e alquanto confusi. Nella giornata di mercoledì i 34 (ex) dipendenti della TexPrint, ditta tessile di Caronno Pertusella, da nove mesi in cassa integrazione senza ancora aver visto un centesimo del denaro che tale strumento dovrebbe provvedere, si sono riuniti per discutere della loro situazione. Poichè non è stato concesso loro di riunirsi in ditta, hanno dovuto ripiegare su uno scantinato cortesemente offerto da un’azienda adiacente.
A presentare le ragioni dei sindacati e a fare un po’ di cronistoria della vicenda è stato Ernesto Raffaele della Filtea-Cgil. Insieme con Cinzia Bettinelli di Femca-Cisl, Raffaele ha seguito nel tempo l’evolversi di quella che pareva una "normale" cessazione d’attività in un settore falcidiato dalla crisi industriale e si è tramutata in una partita a scacchi con in palio il mettere insieme pranzo e cena per gli ex dipendenti.
In breve: a fine gennaio 2006 l’azienda comunica di non farcela più. Il proprietario, Giampiero Jelmini, dopo lunghi anni di crisi e perdite rende nota la cessazione dell’attività. Il 23 febbraio, presso la sede varesina della Regione, si firma l’accordo per la cassa integrazione straordinaria (cigs) per un anno, a decorrere dal 27 febbraio di quest’anno. Poichè questo tipo di richieste deve essere approvata dal ministero del Lavoro a Roma, i sindacati avanzano la richiesta che parte dei TFR maturati dai lavoratori siano anticipati loro, in ragione di 800 euro lordi al mese, in attesa dell’approvazione della cassa integrazione in quel di Roma. Richiesta accolta, ma non per tutti la cosa è possibile, e i più giovani non vedono il becco d’un centesimo dalla primavera scorsa. Nel frattempo Jelmini – che, contattato, commenta: «Sto lavorando per risolvere la situazione» – , ritenendosi poco portato a gestire situazioni di confronto sindacale, demanda il tutto all’Univa di Gallarate. Nell’azienda, formalmente chiusa, ormai resta solo l’impiegato che distribuisce le ultime buste paga.
A fine luglio, constatando che i soldi della cassa integrazione ancora non arrivano, qualcuno comincia a sentire puzza di bruciato e chiede lumi. Passato un mese, Raffaele e Bettinelli fanno effettuare controlli presso il Ministero e appurano che effettivamente la richiesta per la cigs è arrivata. Quello che manca sono gli ulteriori documenti che in data 27 luglio il Ministero ha chiesto – di norma si tratta di certificazioni sulla formazione dei lavoratori da ricollocare e delle relazioni dell’Ispettorato del lavoro sul caso. Mistero. Raffaele riferisce di essere stato rimbeccato da Jelmini. «Forse qualcuno si è sentito scavalcato, visto che non hanno gradito i nostri controlli a Roma, ma i problemi personali si superano» dice il sindacalista della Cgil.
Alla fine il responsabile delle trattative per Univa, ragionier Milani, avrebbe dichiarato ai sindacalisti di aver mandato tutto quanto richiesto. Ma a Roma, per ora nulla si muove. «Se hanno ricevuto tutto, com’è che ancora oggi non si è mosso niente?» chiede Raffaele, in coro con i dipendenti. «Ogni giovedì, il giorno in cui vengono approvati i decreti per le cigs, controlliamo se è la volta buona, ma finora niente». Nel frattempo resta il mistero di che cosa sia successo e perché è accaduto. L’unica cosa certa è che a fine febbraio 2007 scatterà la procedura di mobilità per trentaquattro operai dalle tasche semivuote.
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