Il ministro Gelmini anziché tagliare chieda più soldi

Nell’Unione europea dei 25 la spesa media per l’istruzione è pari al 5,1% del Pil, in Italia non raggiunge il 4,5%

È dalla scorsa primavera che il Ministro della Pubblica istruzione recita, come una sorta di mantra, che il 97% delle risorse disponibili per il suo dicastero vengono investite nelle retribuzioni del personale. Da questo dato innegabile (peraltro immutato da almeno vent’anni a questa parte), scaturirebbero le scelte dello stesso Ministro e cioè: tagli al personale (la decisione di ritornare al maestro unico si giustifica solo in termini di risparmio economico) e la definitiva soluzione dell’annosa questione del precariato (semplicemente chiudendo le porte a quegli insegnanti di lungo e lunghissimo corso – 200.000 circa – che sono serviti a tamponare le inefficienze del sistema sino ad oggi e che da domani dovrebbero, sempre secondo il Ministro, darsi da fare nel settore turistico).
(foto: il ministro Gelmini insieme agli studenti dell’Itc Tosi di Busto Arsizio)

Tralascio di entrare nel merito delle misure intraprese e delle dichiarazioni a ruota libera. Non trascurabile è invece la pretestuosa premessa.
Bisognerebbe ricordare agli amanti delle percentuali che il problema reale non è quanto un Ministero spende per il personale che ha assunto, ma quali e quante sono le risorse che lo Stato destina alla formazione e alla ricerca.

Orbene, lo scorso luglio è stato presentato a Roma il Rapporto annuale sullo Stato sociale del nostro Paese relativo al 2008. La ricerca è curata da Roberto Pizzuti, economista dell’Università della Sapienza di Roma, ed è sostenuto dal Dipartimento di economia pubblica della stessa università e dal Criss (Centro di ricerca interuniversitario sullo Stato sociale). Dalla lettura del Rapporto si ricava che mentre nell’Unione europea dei 25 la spesa media per l’istruzione è pari al 5,1% del Pil, in Italia non raggiunge il 4,5%. Se per l’istruzione universitaria e post-universitaria la spesa media dell’Ue è pari all’1,1%, in Italia è dello 0,8%. Questo (ma non solo questo) contribuisce a spiegare come mai nella media Ue il 23% della popolazione tra 25 e 64 anni ha una laurea (oltre il 30% in alcuni paesi), mentre in Italia è solo il 13%; la media comunitaria che abbandona gli studi prima del diploma tocca il 15%, in Italia raggiunge il 21%.

Ancora più esigue sono le cifre che lo Stato italiano stanzia per la ricerca e lo sviluppo: l’1,1% del Pil. Difendiamo così la 23esima posizione tra i trenta Paesi Ocse mentre eravamo scesi al 46esimo posto nel Global Competitivenees Index 2007 del World Economic Forum.
Quale sia l’effetto potenziale di tali cifre lo ha spiegato bene Pasquale Pistorio nel marzo scorso (a quel tempo era vicepresidente di Confindustria): «Se manterremo invariato l’attuale impegno, come sistema Paese, sul fronte dell’innovazione, serviranno 53 anni per raggiungere la performance media europea».

E allora, ciò che ci si aspetterebbe da un Ministro che ambisce a radicalmente mutare l’indirizzo politico impresso alla scuola italiana negli ultimi cinquant’anni, non è la stanca ripetizione di quanto si spende per il personale, ma la capacità di imporre al Governo di cui è parte maggiori finanziamenti per il settore che rappresenta.

A margine, infine, ci piacerebbe molto che il Ministro, un qualsiasi Ministro della Pubblica istruzione, si interrogasse anche sulla incapacità del sistema scolastico italiano di superare le disuguaglianze economiche e sociali, precisa missione della nostra Costituzione. È ancora drammaticamente attuale l’indagine pubblicata nel 2006 da Gabriele Ballarino e Daniele Checchi (Sistema scolastico e disuguaglianza sociale, Bologna, Il Mulino) da cui emergeva che la scuola italiana non è più in grado di favorire l’emancipazione; che in Italia, più che in altri Paesi europei, la scelta tra licei, istituti tecnici e istituti professionali è ancora fortemente condizionata dal livello di istruzione dei genitori; che in Italia, tra due studenti identici in termini di competenze ed esperienza scolastica, ma diversi in quanto solo uno dei due ha almeno un genitore laureato, il figlio del laureato ha venticinque punti percentuali di probabilità in più rispetto al figlio del diplomato nel proseguire gli studi in un liceo. Che in Italia, insomma, la scuola è «di classe».

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Pubblicato il 09 Settembre 2008
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