Mazzoleni: «Sospendere gli studi di settore causa crisi»
L'intervento del segretario della CNA Varese Ticino Olona "Studi di settore considerati una sorta di Bancomat dall'amministrazione finanziaria"
In una fase difficile quale l’attuale, con segnalazioni di crisi che arrivano tanto dalle botteghe dei barbieri desolatamente vuote quanto dai cantieri che si stanno fermando per il blocco dei mutui, la proposta – circolata in questi giorni – della moratoria degli studi di settore ci sembra assolutamente ragionevole, condivisibile e percorribile, se si vuole sostenere per davvero la piccola impresa e non umiliarla con proposte quali la riduzione dell’acconto d’imposta dal 100 al 97 per cento.
Ricordiamo che gli studi di settore, ideati, elaborati e realizzati a metà degli anni novanta, avevano rappresentato una risposta condivisa alle questioni vitali della certezza e dell’equità del sistema impositivo.
Volevano essere, nelle intenzioni dell’Amministrazione finanziaria e delle Associazioni di categoria, uno strumento scientifico di misurazione della capacità di reddito delle piccole imprese, congegnato con modalità che prevedevano il contrappeso di organismi territoriali di verifica e di indirizzo e revisioni periodiche.
Come succede di sovente, la pratica attuazione di quella che poteva sembrare un’idea perfetta non è riuscita a far compiere al sistema fiscale del Paese il salto qualitativo auspicabile ed a contemperare le esigenze crescenti di gettito della macchina statale con la percezione di equità qualitativa e quantitativa del prelievo che da sola può contribuire a ridurre il fenomeno dell’evasione.
Non hanno aiutato di sicuro, negli ultimi anni, la tendenza dell’Amministrazione Finanziaria a considerare gli studi di settore una sorta di Bancomat cui attingere per rimpinguare il gettito né la lunga sequenza di condoni che hanno oggettivamente indebolito e squalificato lo strumento.
E, purtroppo, fatte salve poche eccezioni, gli Osservatori provinciali si sono rivelati organismi burocratici senza nerbo né autorevolezza.
Ora la situazione delle piccole imprese è molto pesante e non sembra destinata a migliorare in tempi brevi, anzi.
E’ quindi errato pensare che i costi che le imprese sostengono per investimenti, per acquisti e per mantenere l’occupazione possano essere considerati fonte di ricavi come in un periodo di crescita dell’economia; e non appare sufficiente la "tolleranza" che la società di gestione degli studi ha ritenuto di poter esprimere in un incontro recente, perché non ha senso e non aiuta nessuno difendere lo strumento invitando a disattenderlo.
Sono tutte ragioni che dovrebbero indurre l’Amministrazione finanziaria a proclamare una moratoria di due anni, che potrebbero servire a non angosciare ulteriormente imprese sull’orlo di una crisi gravissima e, nel contempo, a procedere ad un salutare ripensamento ed alla revisione dello strumento che dovrebbe consentire un rilancio, su basi più eque e meglio rispondenti alla realtà dei singoli territori, degli studi.
E’ un invito che come Associazione riteniamo di poter avanzare ai parlamentari della Provincia, di tutti gli schieramenti, perché se ne facciano portavoce e lo traducano in atti concreti.
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