Un drammaturgo chiamato Papa per raccontare l’amore

In scena al teatro di via Dante "La bottega dell'orefice", lavoro teatrale del cardinale Karol Woytila, futuro Giovanni Paolo II, sul tema del matrimonio

Sabato 17 gennaio alle ore 21 la compagnia Attori del Teatro Sociale porta in scena al teatro di via Dante a Castellanza, sotto la regia di Delia Cajelli e con la partecipazione della scuola di recitazione “Il metodo”, il dramma “La bottega dell’orefice”, scritto nel 1960 dall’allora cardinale di Cracovia, il futuro papa Giovanni Paolo II. Lo spettacolo è inserito nel cartellone della rassegna comunale “Castellanzateatro".

I temi dell’opera woytiliana vengono sintetizzati visivamente in elementi di scena. Un gomitolo di filo ad indicare l’intrecciarsi delle storie e dei casi della vita. Un binario ferroviario a significare le salite e le discese, le corse e le fermate che tutti noi percorriamo, giorno dopo giorno. Fiori bianchi ed edere a simboleggiare la purezza e la fedeltà. Lo spettacolo – che ha debuttato lo scorso 28 giugno a Busto Arsizio, in occasione della festa patronale di San Giovanni Battista – vedrà salire sul palco gli attori Valentina Brivio, Davide De Mercato, Gerry Franceschini, Mario Piciollo, Anita Romano e Federica Simone; le parti corali saranno interpretate dagli allievi del secondo e del terzo anno della scuola di recitazione Il metodo.

Pubblicato nel dicembre 1960 sul settimanale cattolico Znak di Cracovia, con lo pseudonimo di Andrzej Jawień, e rappresentato per la prima volta nel 1979, “La bottega dell’orefice” è, nelle stesse parole del suo autore, una «meditazione sul sacramento del matrimonio» in forma di dialogo-monologo, un piccolo trattato sul fidanzamento e sulle nozze, intese come unione eterna e indissolubile capace di prevalere sulla vulnerabilità dei sentimenti umani e sulle mille difficoltà della vivere quotidiano.

Il testo – suddiviso in tre atti intitolati rispettivamente “I richiami”, “Lo sposo” e “I figli”- racconta la storia di tre amori e tre matrimoni nel periodo a cavallo tra la seconda guerra mondiale e gli anni Sessanta. Il primo rapporto su cui il futuro papa Giovanni Paolo II si sofferma è quello tra Andrea e Teresa: un sentimento intenso bruscamente interrotto dalla guerra e capace di oltrepassare la morte, permanendo nel figlio Cristoforo. Il testo passa, quindi, alla narrazione del legame, difficile e problematico, che unisce Stefano e Anna. Il loro matrimonio è minato dall’indifferenza e dall’incomprensione, pervaso da una sottile ostilità che porta la donna a stabilire contatti con altri uomini e a tentare di vendere, inutilmente, la propria fede, per lei simbolo ormai privo di significato. L’ultimo atto – che ritrova in scena tutti i personaggi tranne Andrea, morto in guerra – è, invece, dedicato all’amore, esitante e fragile, tra i figli nati dalle due precedenti coppie: i giovani Monica e Cristoforo. Il loro è un rapporto che germoglia da complessi e incertezze, che porta il peso delle diverse eredità spirituali lasciate loro dai genitori.

L’orefice – la cui bottega, sempre evocata ma mai presente, fa da filo conduttore all’intero dramma – rappresenta la voce della coscienza. La sua vetrina è il luogo in cui si specchiano gli affanni, i dubbi, i desideri e le insicurezze dei vari personaggi, dove l’amore umano si conforma all’«Amore assoluto». Notevole importanza nello svolgimento del dramma ha anche la figura di Adamo, archetipo dell’uomo, guida spirituale delle tre coppie e personaggio che si fa portavoce delle idee di papa Giovanni Paolo II sul matrimonio.

Sul piano formale questo testo, che mostra una straordinaria delicatezza nel raccontare l’innamoramento e i palpiti del cuore, risente dell’esperienza del Teatro rapsodico, fondato negli anni Quaranta, sotto la malvagia oppressione nazista, dal professore Mieczyslaw Kotlarczyk, insegnante di lingua polacca e teorizzatore di una forma di rappresentazione legata al culto della «parola viva», nella quale si cessava di far uso di sipario e palcoscenico tradizionale, nonché di scene, costumi e trucco, per dare spazio prioritario alle rime e al ritmo di un’opera teatrale. Il testo è, infatti, composto da monologhi pronunciati da persone che in apparenza sono insieme, ma che non si parlano direttamente. La struttura è, dunque, quella del «teatro interiore», dove lo spazio e il tempo vengono trasfigurati in una dimensione metafisica.

«Dal punto di vista della regia –spiega Delia Cajelli- si è preferito privilegiare la parola, secondo i dettami del Teatro rapsodico, rispetto agli altri elementi dello spettacolo. I costumi, la scenografia e le luci saranno, infatti, semplici, piuttosto scarni, e giocati sulle toni del bianco e del nero, i colori degli abiti nuziali, ma anche le tinte simbolo del bene e del male, del cuore e della mente. Le musiche che accompagneranno lo spettacolo –prosegue la regista bustese- saranno quelle classiche dei matrimoni, tutte rigorosamente interpretate dal vivo». Sul palco, insieme con gli “Attori del teatro Sociale” e la scuola di recitazione “Il metodo”, saliranno, infatti, Tina Mancuso e Marco Carraro, rispettivamente cantante e organista della Basilica di Santa Maria in Busto Arsizio. Quattro i pezzi in programma: la “Marcia nuziale” di Wagner, l’”Ave Maria” di Schubert, il “Panis Angelicus” di Frank e la “Marcia nuziale” di Mendelssonhn.

Il costo del biglietto di ingresso, la cui prevendita si terrà presso la biglietteria del teatro e la cartoleria Pruneri di Castellanza (via V. Veneto 21/b), è di € 7.00. Per informazioni: Teatro di via Dante, via Dante, 53 – Castellanza (Varese), tel. 0331 480626.

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Pubblicato il 12 Gennaio 2009
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