Il comune regala la villa ma l’università non può usarla

La paradossale situazione colpisce il dipartimento di biologia strutturale che ha sede ai Molini Marzoli, realtà di primissimo livello per la ricerca. Il professor Fasano: «Ci procuriamo il 95% dei fondi e ci occupiamo anche di malattie rare»

Il comune di Busto Arsizio ha donato all’università dell’Insubria Villa Manara nel luglio del 2009 ma, a fine 2010, nessuno ci ha ancora messo piede. L’università ringrazia ma non ci sono soldi per rimetterla a posto e, forse, il primo stanziamento da 130 mila euro è stato appena deliberato. A Busto Arsizio c’è una realtà di primissimo livello e funziona solo grazie ai finanziamenti che i professori cercano con tutte le loro forze all’esterno della realtà pubblica: realtà come le fondazioni per la ricerca contro il cancro (Airc) o contro le malattie rare (Telethon). Il dipartimento di biologia strutturale e funzionale è il cuore della sede bustocca dell’università dell’Insubria: nei laboratori si fa ricerca di altissimo livello nel campo delle neuroscienze e dell’oncologia. Avrebbe bisogno di Villa Manara ma per adesso non può.

Il rischio è che questa situazione, se la riforma Gelmini verrà approvata, continuerà a rimanere tale. Il professor Mauro Fasano ha già espresso tutta la sua preoccupazione nel corso di un’assemblea svoltasi lo scorso 17 novembre: «Hanno deciso di mettere una pietra tombale sulla ricerca – aveva detto – con un taglio di centinaia di milioni di euro, un ritorno al passato che preoccupa e spaventa». Nel suo laboratorio si lavora a pieno ritmo per una ricerca sui marcatori del morbo di Parkinson: «Dall’esterno non si può capire cosa si fa qui dentro – racconta Fasano – oltre alle 120 ore di insegnamento c’è anche questa parte di lavoro che è l’applicazione reale di quello che si studia e, inoltre, è la ricerca di base che fa funzionare anche l’economia. Questa ricerca sui marcatori del Parkinson, ad esempio, ha suscitato l’interesse di un’azienda che produce software per marcatori», naturalmente è sottinteso tutto l’interesse delle associazioni dei malati: «Noi reperiamo all’esterno dell’università il 95% dei fondi che vengono spesi – racconta Fasano – dall’università riceviamo poco più di 2000 euro all’anno».

Questa è la realtà in seguito ai continui tagli dei Fondi ordinari per le università hanno portato a questa realtà e i professori non sono rimasti con le mani in mano ma bussano a tutte le porte possibili per ottenere i soldi necessari ad assumere e pagare gli stipendi dei ricercatori assunti come collaboratori precari, pagare i costi delle strutture, pagare la ricerca e pagare i dottorandi: «I costi principali sono le persone – spiega Fasano – ma senza i cervelli la ricerca non si fa da sola. Quello che non riusciamo a pagare sono gli strumenti e quindi siamo costretti a collaborare tra università su ogni progetto. se mi serve uno spettrografo da 400 mila euro non posso comprarlo, faccio un accordo con un ateneo che ne è dotato e uso il suo. Viceversa le altre università fanno lo stesso con noi».

La produzione della sede di Busto Arsizio sono le pubblicazioni che, poi, seguono un lungo e difficile percorso di valutazione. La sezione di Busto è una delle più produttive dell’ateneo insubrico: «Oltre al progetto Parkinson abbiamo progetti sulla farmacologia dei tumori, sulla malattia di Rett (molto rara), sulla comunicazione sinaptica, un progetto sulla biologia delle tossicodipendenze». Tutto questo va avanti grazie alla faticosa e giornaliera ricerca di soldi, necessari a darci cure e medicinali per sconfiggere malattie. A Busto Arsizio ci sono alcune persone affette dalla sindrome di Rett, le abbiamo raccontate in questo articolo tempo fa: chissà cosa staranno pensando i loro genitori in questi giorni difficili per l’università italiana.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 24 novembre 2010
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