Una famiglia in pandemia
Barbara e i suoi tre figli: "Con la mascherina sulla faccia e il disinfettante tra le mani veleggiamo in una normalità diversa e nuova. La quarantena non c’è più, la paura talvolta, il virus ancora, noi anche"
L’ho incontrata nella corsia dei biscotti, l’ex professoressa di inglese di mio figlio maggiore.
Erano i tempi delle spese che sembravano scorte per i bunker, i carrelli pieni di farina, lo scaffale del lievito vuoto, il petto di pollo che se andavi al pomeriggio non trovavi più.
Del suo, di carrello, colmo all’inverosimile, mi avevano colpita le tante scatole di cereali. Nella mia famiglia durano una vita, mi ero detta. Quanto pensa di stare in casa per consumarle tutte?
Salutandomi-a distanza ma senza mascherina, ancora non si trovavano- mi ha augurato con solennità buona fortuna, sparendo con la sua scorta/spesa tra la gente.
Quello è stato il momento più buio della mia quarantena.
La quarantena di una madre coi suoi tre figli pre e adolescenti, due lavori -uno da remoto, l’altro di presenza in una comunità-centoventi metri quadri di casa, nessun giardino, la didattica a distanza, le piattaforme, il wi fi da pregare come una divinità perché ci mantenesse tutti connessi.
Uscendo dal supermercato, quel giorno, ho pianto, pensando tra l’altro che i cereali nemmeno li avevo comprati. Poi, chissà come, ho fatto di pandemia virtù.
Come nella migliore delle elaborazioni del lutto ho attraversato tutte le fasi: la pizza fatta in casa, il cartellone arcobaleno, l’hastag andrà tutto bene, le torte e i biscotti, la zumba su YouTube.
Ho meditato sul tappetino da ginnastica di mia figlia piccola, cantato sul terrazzo con la mezzana, fatto addominali in salotto con il grande.
Ho festeggiato il mio compleanno coi palloncini, la torta e gli amici a distanza.
Ho accolto, consolato, sgridato, spiegato, informato, cucinato, pulito.
Sono stata madre, cuoca, colf, psicologa, parrucchiera, confessore, medico condotto, insegnante, factotum.
Ho incontrato il mio fidanzato per pochi e preziosi attimi nel parcheggio di un supermercato, rubando momenti all’autocertificazione casa-lavoro.
Ho preso commossa dalle sue mani il lievito che mi aveva trovato, ho passato sacchetti con qualche porzione di lasagna fatta da me.
Ho bevuto il caffè con i miei vicini ogni giorno per più di due mesi, alla giusta distanza di legge ma non di cuore.
Sono rimasta connessa con tutte le persone a cui tengo.
Un tempo che sembrava lunghissimo è passato, un giorno alla volta, una torta dopo l’altra, una connessione persa e una ritrovata.
Con la mascherina sulla faccia e il disinfettante tra le mani veleggiamo in una normalità diversa e nuova.
La quarantena non c’è più, la paura talvolta, il virus ancora, noi anche.
Barbara Boggio, Malnate
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