Lettera aperta di uno specialista del Servizio Sanitario Nazionale
8 Maggio 2023
Gentile redazione,
dopo le parole dell’assessore Bertolaso e il commento dei consiglieri Astuti e Orsenigo, desidero offrire un punto di vista interno e intimo della realtà del perché diversi colleghi, tra medici e infermieri, stanno migrando oltre confine o, semplicemente, nel sistema privato.
La senescenza del nostro sistema sanitario è caratterizzata dalla schizofrenica dicotomia del cercare di trattare la sanità come un’azienda, un mondo a cui non appartiene nella nostra cultura nazionale. Tuttavia è innegabile l’oramai cambio (politico) di direzione e la sempre più diffusa adozione delle assicurazioni è probabilmente l’aspetto anticipatore di come sarà organizzata la sanità italiana in futuro, (non così dissimile da quella culturalmente ostracizzata d’oltre confine), demonizzando nel contempo il medico e l’infermiere che osano considerare il proprio un lavoro e non una missione, senza tenere conto che i due aspetti coesistono e sono complementari, rimanendo infine delle professioni e che, come tali, andrebbero considerate.
Negli ultimi, recenti, anni ho assistito al depauperamento professionale dell’unità operativa cui appartengo, dove a giovani colleghi con riconosciuti meriti, preparazione e titoli sono stati preferiti altri in virtù di scelte che ben poco hanno a che fare con la meritocrazia.
E a questi straordinari colleghi, professionisti che fanno la differenza qualitativa nelle corsie, è stata tolta la possibilità di carriera o semplicemente di esercitare dove avrebbero potuto impiegare la loro preparazione ultra-specialistica, su cui spesso si è investito personalmente. A fronte di ripetute mortificazioni, non rimane che cambiare o abbandonare l’ospedale, alla ricerca di nuove opportunità o del riconoscimento del proprio valore, anche economico, poiché se questi non viene nell’ambiente lavorativo, il professionista sanitario lo cerca nel proprio operato.
Ho visito negli ultimi mesi tanti colleghi infermieri lasciare l’azienda per cercare fortuna altrove, poiché al sacrificio e all’abnegazione nei confronti di un lavoro condotto in condizioni al limite della sopportazione non corrisponde alcun reale incentivo per rimanere.
Non mi sento di condannare i colleghi che han scelto di cercare la propria strada altrove o, più semplicemente, che han preferito una vita serena, con orari che permettano non solo di avere famiglia ma anche di poterne godere, di coltivare i propri interessi e amicizie, abbandonando a malincuore quell’amante indifferente che è l’ospedale cui hanno donato diversi anni della propria vita.”





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