Separazione delle carriere, a Varese il No smonta il Sì: “L’efficienza è uno slogan, in gioco c’è la Costituzione”
Dal mito dei processi più rapidi al nodo dell’autogoverno della magistratura: nel confronto pubblico in Sala Montanari i giuristi contestano le promesse della riforma e avvertono sui rischi per l’equilibrio dei poteri dello Stato
«Per 30 anni sarei stato da giudice un povero imbecille nelle mani dei pubblici ministeri e da pubblico ministero un delinquente che intortava i giudici. Sinceramente non mi sento descritto così».
Da questa affermazione, pronunciata dal giurista e scrittore (ed ex magistrato) Giuseppe Battarino nel corso dell’incontro pubblico sul referendum costituzionale per la separazione delle carriere nella magistratura, si può cogliere il filo conduttore dell’intero confronto.
L’appuntamento, ospitato nella Sala Montanari di Varese, è stato promosso dal circolo Anpi cittadino, rappresentato da Ivana Brunato, insieme ad Anppia (Associazione nazionale prigionieri politici italiani antifascisti), e ha messo al centro la contestazione di una narrazione che descrive l’attuale assetto della magistratura come strutturalmente viziato da subordinazioni e opacità.
(da sinistra i giuristi Riccardo Conte e Giuseppe Battarino)
Durante l’incontro si sono intrecciati profili tecnici, con l’analisi tecnico-giuridica di Riccardo Conte, giurista con un’esperienza di 40 anni di avvocatura, e implicazioni politiche di una riforma che modifica otto articoli della Costituzione, introducendo la distinzione costituzionale delle carriere tra magistrati giudicanti (quelli che emettono le sentenze) e requirenti (i pubblici ministeri), lo sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare.
«Prima di questa riforma – ha fatto notare Battarino – nella Costituzione il termine carriera riferito ai magistrati non esisteva, perché era già tutto sistemato dal testo costituzionale, dal codice di procedura penale e dall’ordinamento giudiziario. I magistrati, lo dice la Costituzione, si distinguono tra loro solo per diversità di funzioni».
L’EFFICIENZA È SOLO UNO SLOGAN
I due relatori hanno fatto chiarezza su alcune affermazioni con cui i sostenitori del “Sì” giustificano la necessità di questa riforma, a cominciare dalla principale, e cioè che la separazione delle carriere renderebbe la giustizia più efficiente e soprattutto ridurrebbe i tempi dei processi.
Durante l’incontro è stato ribadito che non esiste alcuna correlazione diretta tra separazione delle carriere e durata dei procedimenti. «Questa riforma non inciderà sui tempi della giustizia», è stato detto con chiarezza. I ritardi dipendono da carenze di organico, organizzazione, investimenti, informatizzazione e gestione delle risorse. «Sono problemi che si affrontano con leggi ordinarie e provvedimenti amministrativi, non modificando la Costituzione». Cambiare l’architettura costituzionale della magistratura non significa automaticamente velocizzare un processo civile o penale.
Secondo Conte e Battarino, l’argomento dell’efficienza è dunque solo uno slogan comunicativo che non trova riscontro tecnico.
TERZIETÀ: UN PROBLEMA REALE O PRESUNTO?
Un altro pilastro del Sì è l’idea che oggi il giudice non sia pienamente terzo perché appartiene alla stessa carriera del pubblico ministero. Da qui la necessità di separare. Ma durante l’incontro si è contestata proprio questa premessa. Se davvero il sistema fosse strutturalmente viziato da una “saldatura” tra giudice e pm, bisognerebbe concludere che per decenni i processi non siano stati giusti. «Se fosse così – ha affermato Giuseppe Battarino – bisognerebbe rimettere in discussione migliaia di sentenze».
È stato ricordato che il pubblico ministero, per legge, è obbligato a cercare anche elementi a favore dell’indagato e che una parte consistente delle richieste dei pm non viene accolta dai giudici. Non esisterebbe, dunque, quella subordinazione sistemica evocata dai sostenitori del Sì. La terzietà del giudice è garantita dalle regole del processo e dal principio costituzionale secondo cui il giudice è soggetto soltanto alla legge.
IL CSM E L’AUTOGOVERNO SONO SOTTO ATTACCO
Separare formalmente le carriere non crea automaticamente maggiore imparzialità. Uno dei punti più delicati riguarda lo sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura. Oggi è un organo unico di autogoverno, mentre la riforma prevede due consigli distinti, uno per i giudici e uno per i pm, oltre a un’Alta Corte disciplinare. Secondo i relatori, l’autogoverno è la garanzia dell’indipendenza della magistratura. Colpirlo o frammentarlo significa incidere sull’equilibrio tra i poteri dello Stato. È stato sollevato anche il tema del sorteggio per la composizione dei nuovi organi. Una parte dei componenti verrebbe estratta a sorte. «Un organo di rappresentanza non si sorteggia», è stato osservato. Il rischio, secondo il No, è di indebolire la responsabilità e la legittimazione democratica interna.
L’ALTA CORTE DISCIPLINARE E IL NODO DELLE IMPUGNAZIONI
La riforma attribuisce i procedimenti disciplinari a un’Alta Corte. Le sue decisioni sarebbero impugnabili solo davanti alla stessa Alta Corte, senza passare dalla Cassazione. È una novità che ha suscitato forti perplessità. Oggi le decisioni disciplinari sono impugnabili davanti alla Suprema Corte. Eliminare questo passaggio significherebbe, secondo i critici, creare una sorta di circuito chiuso, con un possibile contrasto rispetto ai principi generali dell’ordinamento.
IL TIMORE POLITICO
Oltre ai profili tecnici, è emersa una preoccupazione più ampia, poiché la riforma viene letta come parte di un disegno più vasto di ridefinizione dei rapporti tra i poteri dello Stato. Il timore espresso è che, nel lungo periodo, la separazione possa indebolire l’indipendenza del pubblico ministero rispetto all’esecutivo, soprattutto nella scelta delle priorità investigative. In un sistema in cui l’azione penale è formalmente obbligatoria ma le risorse sono limitate, decidere quali procedimenti trattare prima è un potere enorme.
Il confronto di Varese ha mostrato quanto il referendum del 22 e 23 marzo sia tutt’altro che una questione tecnica riservata agli addetti ai lavori. In gioco non c’è solo l’organizzazione interna della magistratura, ma l’equilibrio costituzionale nel suo complesso.
La promessa di processi più rapidi sarebbe dunque una «falsa motivazione». Separare le carriere non accelera un dibattimento, non abbrevia un giudizio civile, non risolve la carenza di personale.
Sarebbe dunque sbagliato il presupposto da cui parte la riforma, cioè che l’attuale assetto sia intrinsecamente inquinato da subordinazioni e sudditanze. E cambiare la Costituzione sulla base di un presupposto ritenuto infondato – è stato l’avvertimento finale – rischia di produrre effetti profondi e difficilmente reversibili.
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