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A proposito di Togliatti

Avarie
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3 Febbraio 2018

“Fare politica significa agire per trasformare il mondo. Nella politica è quindi contenuta tutta la filosofia reale di ognuno, nella politica sta la sostanza della storia… Non vi può essere dubbio che la politica, in questo modo intesa, collocata al vertice delle attività umane, acquista carattere di scienza”. Così scrive nella relazione svolta al convegno di studi gramsciani del 1958, con la limpidezza di una prosa che unisce sempre al rigore intellettuale una classica eleganza, Palmiro Togliatti.

Togliatti ha unito inscindibilmente nella sua personalità la figura dell’uomo politico e quella dell’uomo di cultura (due profili che oggi non solo non coincidono più, ma sono sempre più divaricati): una personalità, è impossibile negarlo, che occupa un posto centrale nella storia del comunismo novecentesco e nella storia della repubblica italiana. Ma quali sono gli insegnamenti che ha trasmesso al movimento operaio e comunista? Orbene, al di là dei contenuti e degli approdi che hanno scandito le diverse stagioni di un’attività incessante dispiegàtasi lungo l’arco di mezzo secolo (e che secolo!), articolando con esemplare continuità la concezione della politica come filosofia e come scienza, gli insegnamenti che egli ha fornito al movimento di classe, e che costituiscono il ‘punto fermo’ di quelle generazioni di dirigenti comunisti che sono stati definiti “togliattiani”, possono essere riassunti in tre parole chiave: analisi concreta della situazione concreta, iniziativa politica e organizzazione. Analisi concreta della situazione concreta: il metodo del materialismo storico e l’eurisi per opposizioni di classe applicati alla specifica realtà in cui occorre agire. Iniziativa politica come prodotto della individuazione di una conseguente linea di azione (alleati da conquistare, avversari da neutralizzare, nemici da isolare) per spostare a vantaggio del proletariato i rapporti di forza tra le classi, difendere e migliorare le condizioni di vita dei lavoratori, elevare la loro coscienza di classe. Togliatti, “un tattico geniale”, secondo la incisiva definizione del maggiore pensatore marxista del Novecento, György Lukács. E organizzazione come politica collettiva strutturata, preparata e guidata. E ancora politica come azione comune (e non come la propria faccia su un manifesto); bisogno umano di partito: per unirsi, per organizzarsi, per vincere.
Uomini come Antonio Gramsci e come Palmiro Togliatti sono stati la confutazione in vita di un pregiudizio negativo contro la politica e contro i partiti che oggi è così diffuso da aver generato il neologismo dell’“antipolitica”. La politica fu per loro una “scelta di vita”, espressione coniata proprio da uno di loro, Giorgio Amendola; il partito come comunità, non di destino, ma di volontà e di decisione: volontà e decisione collettive, quel ‘noi’ che è più che ‘io’, oggi anch’esso così fuori di moda. Questa è la misura umana, politica e intellettuale di Togliatti. Il quale appartiene a quella straordinaria generazione di uomini e di donne “gettata” (il concetto è mutuato consapevolmente dalla filosofia dell’esistenza), gettata nella politica dalla grande storia. La prima guerra mondiale, la militanza nel partito socialista, la Rivoluzione d’Ottobre, la partecipazione alle lotte del movimento operaio nel corso del “biennio rosso”, la scissione del socialismo e la costituzione del Partito Comunista d’Italia (sezione della Terza Internazionale), la sconfitta della prospettiva rivoluzionaria e l’ascesa del fascismo, l’esperienza di direzione presso il Comintern negli ‘anni di ferro e di fuoco’, l’esperienza fondamentale della guerra civile in Ispagna (laboratorio politico-militare e terreno di applicazione della strategia dei fronti popolari indicata al movimento operaio e comunista internazionale dal VII congresso dell’Internazionale Comunista), la seconda guerra mondiale, la crisi del fascismo, la Resistenza, la “svolta di Salerno” e la Costituzione, la lotta negli anni della restaurazione capitalistica e della ‘guerra fredda’, la strategia della “via italiana al socialismo”, la fase iniziale del centro-sinistra, il dialogo con il mondo cattolico: ecco, a grandi linee, il contesto di quel mezzo secolo (1914-1964) in cui si situano la personalità e l’azione di questo grande dirigente politico.
Così, il dott. CM Passarotti, il quale ha associato incongruamente e comicamente nella sua lettera del 2 febbraio pubblicata in questa rubrica, le leggi razziali del 1938, la responsabilità dell’endocrinologo Nicola Pende in ordine alla persecuzione degli ebrei e uno sfogo di anticomunismo epilettico indirizzato contro la figura di Togliatti e abbinato alla grottesca proposta di una ‘damnatio memoriae’ in sede odonomastica, mi ha fatto ricordare un gustoso epigramma di Marziale in cui il poeta latino irride il tentativo di scalare l’Olimpo da parte di un poeta dozzinale, che viene quindi ributtato in giù dagli dèi. Analogo tentativo è quello del nominato dottore, il quale si ingegna con risultati alterni (ma in questo caso disastrosi) di scalare quello che si potrebbe definire “l’Olimpo della conoscenza e della critica”, subendo perciò, a causa della sua inadeguatezza alpinistica, la stessa sorte del poetastro Merula: quella, per l’appunto, di essere ricacciato in giù a forcate dagli dèi. E sì che perfino Indro Montanelli, il principe dei giornalisti italiani, ha riconosciuto una volta che, nella deprecata “prima Repubblica”, nonché, aggiungerei io, nella non esaltante storia italiana unitaria, non vi è stato (se si esclude nell’opposto campo di classe la Destra storica) un ceto politico migliore di quello comunista. Con buona pace dei suoi denigratori, Togliatti ha incarnato prima di tutto il ‘tipo ideale’ di questo ceto, riuscendo a coniugare (per riprendere una distinzione concettuale di Max Weber), grazie a molta buona cultura (ecco la lezione di Gramsci), l’‘etica della convinzione’ con l’‘etica della responsabilità’. Togliatti, dunque, come uno dei protagonisti dell’età dei costruttori: costruttori insieme del partito comunista e della repubblica democratica. Il suo progetto (rimasto incompiuto e oggi non più riproponibile negli stessi termini in cui egli lo aveva impostato): radicare il partito nel Paese, contribuire a costruire la forma repubblicana dello Stato, con la politica “fare società”, attraverso la politica produrre legame sociale, preparare, educare, organizzare i lavoratori, gli operai, i contadini, i ceti medi vecchi e nuovi, ad essere, a divenire, attraverso la lotta democratica e la formazione di una coscienza e di una cultura adeguate, forza politica di governo. Sennonché esprimere un giudizio su Togliatti è come accostare la mano ad un filo dell’alta tensione: si rischia di rimanere fulminati. È dunque buona norma di prudenza che, come disse Niccolò Machiavelli di Girolamo Savonarola, “d’uno tanto uomo se ne debbe parlare con riverenza”.
Naturalmente, si possono e si devono, in àmbito comunista, discutere e criticare anche severamente certe scelte e certi orientamenti che hanno caratterizzato il pensiero e l’azione di Togliatti in un senso che, nel lessico marxista-leninista, va sotto il nome di revisionismo moderno. Tuttavia, persino quando il Partito Comunista Cinese, nel celebre documento intitolato “Sulle divergenze tra il compagno Togliatti e noi”, pubblicato nel 1963, lo criticò apertamente e nominalmente come un esponente di primo piano del revisionismo moderno rappresentato da Kruscev, non venne mai meno il rispetto dovuto alla figura prestigiosa di colui che nel gruppo dirigente del Comintern occupava il terzo posto dopo Giuseppe Stalin e Giorgio Dimitrov. A questo proposito, mette conto di rammentare, fra i tanti cammei che hanno costellato la vita politica di Togliatti, un episodio significativo che illumina la sua personalità di comunista. Nel marzo del 1953, in occasione del suo sessantesimo compleanno, Togliatti tenne un breve discorso in una saletta del palazzo di via delle Botteghe Oscure. Nella sua vita, disse, gli erano toccate “tre fortune”: essere stato “allievo” di Gramsci, essersi formato alla scuola della classe operaia torinese, essere stato “al centro” del lavoro del Comintern, “sotto la guida diretta di Stalin”. Su questo punto si soffermò a lungo forse anche perché solo tre settimane prima Stalin era morto e l’evento aveva suscitato una grande ondata di commozione nell’animo dei comunisti. Invero, quelle “tre fortune” incisero in misura diversa e disuguale sul corso della sua vita e della sua opera. E se l’aver partecipato alle lotte del proletariato torinese nel primo dopoguerra fu decisivo per la sua scelta di campo; se il suo rapporto con Gramsci pesò solo fino ad un certo punto, nel periodo dell’«Ordine Nuovo» e in quello della collaborazione con il compagno sardo nella elaborazione delle “Tesi di Lione” per il terzo congresso del PCd’I (1925-1926); il magistero marxista-leninista di Stalin negli anni della maturità lo segnò, sì, in modo indelebile, ma non in modo irreversibile. Togliatti era una figura politicamente, ideologicamente e culturalmente più affine a Bucharin, e il posto che gli compete nell’‘album di famiglia’ bolscevico è situato sulla destra della foto di quel gruppo dirigente prestigioso.

Eros Barone

Commenti

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  1. massimiliano_buzzi
    Scritto da massimiliano_buzzi

    revisionismo al contrario quello del esimio professore, ciò che scrive è tutto da dimostrare e ancor più facilmente quasi tutto da demolire con un semplice lavoro da archivista storico. le responsabilità storiche del individuo togliatti lo inchiodano alle sue colpe morali senza scampo. il dott. passarotti su questo vince 1 a 0 contro il di cui sopra. quanto a stalin egli è semplicemente indifendibile. la sua unica fortuna è di aver partecipato ai tavoli di yalta per poter manipolare e riscrivere la storia e la geografia europea. in realtà era solo un volgare dittatore, persecutore e carneficie. in nulla meglio del altrettanto spregevole hitler. se oggi purtroppo nella nostra costituzione non è stato creato il reato di apologia del comunismo (che storicamente ed umanamente sarebbe stato quanto mai necessario) è solo per una mera questione di guerra vinta.

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